Tra i falsi miti che accompagnano la narrativa di podcaster, youtuber e, talvolta, anche di esperti di finanza, c’è quello secondo cui la duration rappresenterebbe un eccellente indicatore del tempo necessario per rientrare dell’investimento in un ETF obbligazionario.
Per una singola obbligazione, il concetto ha una sua validità. Data la duration di un titolo, sappiamo che, in determinate condizioni e ipotizzando rendimenti positivi, entro quel numero di anni si dovrebbe recuperare il capitale investito grazie al contributo delle cedole, indipendentemente dall’andamento dei tassi successivo all’acquisto. Naturalmente, il ragionamento presuppone che l’emittente non faccia default e che l’obbligazione venga mantenuta fino alla scadenza.
Il discorso cambia radicalmente per un ETF obbligazionario a duration costante, cioè uno strumento che mantiene nel tempo una determinata duration media attraverso il continuo rinnovo del portafoglio. In questo caso, la duration non può essere interpretata come un vero e proprio “contatore” degli anni necessari per recuperare il capitale.
A seconda dell’andamento dei tassi, alcuni studi mostrano infatti che, in uno scenario avverso caratterizzato da rendimenti crescenti, il tempo necessario per recuperare le perdite iniziali può arrivare anche al doppio della duration. È una differenza tutt’altro che trascurabile.
Se due anni diventano quattro, l’impatto può essere gestibile; se otto anni diventano sedici, si comprende quanto la narrativa secondo cui “un ETF obbligazionario è come un’obbligazione che si porta a scadenza” sia valida solo fino a un certo punto.
ETF obbligazionari: cosa è successo negli ultimi 10 anni?
Per capire concretamente il problema, possiamo guardare a un ETF che investe esclusivamente in titoli di Stato tedeschi, come Xtrackers Germany Government Bond. Calcolare la duration di un portafoglio di Bund dieci anni fa era relativamente semplice. Con i rendimenti prossimi allo zero, la duration era probabilmente vicina alla scadenza media dell’ETF, allora nell’ordine di 7-8 anni.
Seguendo la semplice regola della duration, dopo circa sette anni l’investimento avrebbe dovuto essere almeno prossimo al pareggio, al lordo dei costi. In realtà, nel 2023, a sette anni dall’investimento, la performance era ancora intorno al -16%.
A determinare questo risultato è stato soprattutto il violento rialzo dei tassi seguito alla pandemia, che ha provocato un forte calo dei prezzi delle obbligazioni. In altre parole, quello che al momento dell’investimento appariva come un rendimento sostanzialmente nullo da incassare nel tempo non è stato sufficiente a compensare le perdite in conto capitale generate dall’aumento dei rendimenti.
ETF obbligazionari e performance negativa: un problema non ancora risolto
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che, secondo la stessa logica, sarebbe sufficiente aspettare il doppio della duration: circa 14 anni. In questo caso, il ritorno al capitale nominale sarebbe atteso intorno al 2030. Ma anche questa conclusione non è affatto garantita.
Oggi, a quattro anni da quella ipotetica scadenza, il bilancio è ancora negativo, con una performance nell’ordine del -14%, anche per effetto del ritorno dell’inflazione e del conseguente rialzo dei rendimenti obbligazionari.
L’ETF offre oggi un rendimento a scadenza intorno al 3%. Se i tassi rimanessero su questi livelli, il rendimento progressivamente incassato potrebbe consentire di avvicinarsi al pareggio entro il 2030. Se invece i rendimenti scendessero, il recupero potrebbe arrivare anche prima, grazie all’aumento dei prezzi delle obbligazioni.
Ma cosa succederebbe se i rendimenti salissero nuovamente dal 3% al 4%? Con una duration attuale di circa 6,7, un movimento di questo tipo potrebbe tradursi, a parità delle altre condizioni, in un'ulteriore perdita nell’ordine del 6-7%. Il punto di pareggio verrebbe quindi ulteriormente allontanato.
ETF obbligazionari: quando la duration diventa un problema
Ed è proprio questo il punto che spesso viene trascurato quando si parla di ETF obbligazionari. Se l’obiettivo dichiarato al momento dell'investimento fosse stato semplicemente ottenere esposizione ai Bund nel lungo periodo, le oscillazioni intermedie potrebbero essere relativamente poco importanti.
Ma se l’obiettivo fosse stato, per esempio, recuperare dopo sette anni almeno il capitale nominale investito, il quadro sarebbe completamente diverso. Dopo sette anni, infatti, l’investitore si sarebbe trovato ancora significativamente sotto il capitale iniziale e senza la certezza di poter recuperare la perdita entro una data prestabilita.
La duration è quindi uno strumento fondamentale per misurare la sensibilità del prezzo di un'obbligazione alle variazioni dei tassi, ma non dovrebbe essere trasformata in una sorta di promessa sulla data in cui un ETF obbligazionario permetterà di recuperare il capitale.
Per una singola obbligazione acquistata e mantenuta fino alla scadenza, il ragionamento è molto più lineare. Per un ETF a duration costante, invece, il percorso non ha una vera scadenza e il tempo necessario per recuperare eventuali perdite può allungarsi molto più di quanto suggerisca la duration.
E se il vostro obiettivo era riavere quei soldi dopo sette anni almeno al loro valore nominale, potreste trovarvi davanti a un problema finanziario non proprio banale. E, a quel punto, lo youtuber di turno che vi aveva spiegato che “basta aspettare la duration” difficilmente potrà risolverlo.