Wall Street sta preparando il red carpet per alcune delle operazioni di mercato più attese degli ultimi anni. SpaceX, che punta a sbarcare in Borsa già a giugno con una valutazione superiore ai 2.000 miliardi di dollari, e Anthropic, attesa per ottobre con una capitalizzazione potenziale di oltre 900 miliardi, rappresentano due dei debutti più discussi nella storia recente dei mercati finanziari.
A spingere nella direzione delle quotazioni contribuisce anche l'agenda dell'amministrazione Trump, orientata alla deregolamentazione dei mercati pubblici e privati con l'obiettivo dichiarato di "rendere le IPO nuovamente grandi". I principali provider di indici hanno già aggiornato le proprie regole per accelerare l'inclusione di nuovi titoli e hanno rivisto i criteri di calcolo del flottante.
Queste concessioni, scrive Savita Subramanian, responsabile della strategia azionaria statunitense e quantitativa presso Bank of America Securities, "hanno il sapore delle macchinazioni tipiche di una fase avanzata del ciclo", un segnale che storicamente precede la fine dei mercati toro. La fase tarda del ciclo di investimento è quella in cui gli acquirenti meno esperti alimentano i rialzi su titoli che gli investitori istituzionali stanno silenziosamente cedendo e si tratta di una dinamica che tende a anticipare le correzioni.
La fine dell'equity shrinkage: quando l'abbondanza diventa un problema
Uno degli argomenti strutturali più solidi a sostegno del mercato azionario americano degli ultimi anni è stato il progressivo restringimento del numero di titoli disponibili nell'universo investibile. Secondo i dati del Center for Research in Security Prices, i titoli quotati negli Stati Uniti sono scesi a circa 4.000 l'anno scorso, rispetto a un picco di oltre 8.000 raggiunto negli anni Novanta. Meno azioni in circolazione significa, a parità di domanda, prezzi strutturalmente più alti.
"Dite addio - continua l'esperta - al caso rialzista dell'equity shrinkage: dagli inizi degli anni Duemila, una serie di fattori ha ridotto sistematicamente l'offerta di azioni quotate anno dopo anno: più buyback, incubazioni private più lunghe, maggiori operazioni di take-private, tassi bassi, ampia liquidità." "Oggi un diluvio di nuove emissioni sembra imminente."
L'ingresso massiccio di nuovi titoli sul mercato potrebbe alterare gli equilibri attuali. Le azioni USA si trovano già sui massimi storici, sostenute da un gruppo ristretto di titoli ad alta capitalizzazione. Dopo la fase di allargamento della partecipazione al rally registrata nella prima parte del 2026, la corsa recente è tornata a dipendere in misura prevalente dalla crescita degli utili delle cosiddette "Magnifiche Sette", che da sole rappresentano circa un terzo dell'S&P 500.
Lo scorso aprile l'indice principale ha guadagnato oltre il 10%, ma la versione equally weighted - che attribuisce lo stesso peso a ogni titolo - si è fermata al 6%: un divario che racconta molto sulla concentrazione del mercato.
Il rischio per i megacap tech: chi compra SpaceX vende qualcos'altro
L'aspetto forse più rilevante per chi opera sui mercati riguarda il meccanismo di riallocazione del capitale. Circa il 60% degli asset domiciliati negli Stati Uniti è gestito in modo passivo, con una forte esposizione ai titoli tecnologici a grande capitalizzazione.
Quando nuove società di primario rilievo entreranno negli indici, i fondi passivi saranno obbligati a liberare capitale per fare spazio ai nuovi ingressi, esercitando pressione al ribasso sulle posizioni esistenti. "Questo implica, a parità di altre condizioni, che i fondi passivi saranno costretti a liberare capitale per le nuove emissioni, creando pressione al ribasso sulle posizioni attuali", scrive Subramanian.
A questo si aggiunge la dinamica demografica. I pensionati americani detengono oggi circa 8.000 miliardi di dollari in liquidità e, secondo la strategist di BofA, sono più orientati a incrementare l'esposizione verso azioni con rendimento da dividendo che ad acquistare titoli growth a lunga duration (esattamente il tipo di asset che oggi domina gli indici). Il risultato è che l'eventuale afflusso di nuovo capitale retail verso SpaceX o Anthropic difficilmente compenserà le vendite forzate dei fondi indicizzati sui titoli già in portafoglio.
Il quadro che emerge è quello di un mercato che si avvicina a un cambio di fase. Non necessariamente una crisi, ma la fine di un regime favorevole alimentato dalla scarsità strutturale di titoli quotati e dalla concentrazione del capitale sui medesimi nomi. Le grandi IPO in arrivo potrebbero essere il catalizzatore di una rotazione più profonda, non necessariamente indolore per chi è posizionato sui giganti tecnologici che hanno guidato il rally degli ultimi anni.