Tra i numerosi effetti sui mercati prodotti dalla guerra USA-Iran, uno che vale la pena considerare è il ritorno del dollaro USA come bene rifugio. Un ruolo che il biglietto verde aveva smarrito da diverso tempo. Nell'ultima giornata di contrattazione il Dollar Index ha registrato un balzo dell'1%, segnando la sua migliore performance da circa sette mesi.
Gli investitori sono preoccupati per un'escalation delle tensioni in Medio Oriente. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha detto che il conflitto con l'Iran potrebbe durare quattro o cinque settimane. Nulla esclude, però, che possa trascinarsi oltre, producendo effetti nefasti principalmente sul mercato energetico. Molto dipenderà anche da cosa accadrà nella teocrazia del Paese persiano, ovvero se il successore dell'Ayatollah Ali Khamenei, rimasto ucciso nell'attacco aereo statunitense e israeliano dello scorso fine settimana, sarà più incline a un regime meno dittatoriale e più aperto all'Occidente.
Il dollaro USA ha tratto vantaggio anche dall'aspettativa che la Federal Reserve sia meno propensa a tagliare i tassi di interesse, alla luce del rischio inflazionistico legato al rincaro energetico (Riunioni Fed: calendario delle date dei meeting del FOMC 2026A). I prezzi del petrolio e del gas sono schizzati alle stelle, evocando il periodo buio successivo all'invasione russa dell'Ucraina, a seguito dell'interruzione del traffico nelle rotte marittime dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio e del gas trasportati a livello globale.
Dollaro USA: cosa è cambiato rispetto al Liberation Day
Una domanda che sorge spontanea è: perché il dollaro USA è tornato a essere un bene rifugio, mentre durante il periodo di tensioni innescate dai dazi è stato colpito duramente? Secondo gli osservatori di mercato, la spiegazione risiede nel fatto che, dopo il Liberation Day - il giorno in cui Trump annunciò le tariffe ai partner commerciali - gli investitori hanno venduto massicciamente gli asset statunitensi. In sostanza, il mercato scontava che i dazi avrebbero danneggiato pesantemente l'economia americana e quindi vendeva tutto ciò che aveva connotazione a stelle e strisce.
Stavolta è diverso, perché il rischio è globale e, in questi casi, gli investitori si rifugiano in asset come i titoli di Stato USA, alimentando la domanda di dollari. "Se l'attrattiva del dollaro come bene rifugio può essere stata intaccata quando le preoccupazioni riguardavano uno shock interno agli Stati Uniti, in caso di crisi geopolitica internazionale il suo ruolo di bene rifugio sembra rimanere intatto", ha affermato John Velis, strategist macro per le Americhe presso Bank of New York Mellon. "Certamente, le evidenze odierne lo suggeriscono".
Cosa aspettarsi ora?
Molti si interrogano se il dollaro USA abbia invertito definitivamente la rotta dopo le pesanti perdite dello scorso anno oppure se si tratti di una reazione passeggera.
A giudizio di Aaron Hurd, senior portfolio manager per le valute presso State Street Investment Management, difficilmente il dollaro si comporterà altrettanto bene di fronte a uno shock non legato all'energia o a problemi di liquidità. "Se si tratta solo di una paura economica generale, penso che il dollaro sarebbe molto meno efficace", ha detto. L'esperto ritiene che la moneta statunitense mostri una correlazione più elevata con gli asset rischiosi durante i momenti di tensione, considerando che gli Stati Uniti sono gravati da elevati deficit fiscali e che il livello di esposizione globale agli asset americani è molto alto.
Benjamin Ford, ricercatore presso la società di ricerca macro e strategia Macro Hive, ha affermato che "il Liberation Day ha ridimensionato la centralità del dollaro USA e gli investitori hanno iniziato a favorire il resto del mondo". Ora "lo shock petrolifero ha spaventato gli investitori globali, spingendoli a chiudere le posizioni accumulate negli ultimi tre mesi e a tornare net long sul dollaro".
Nel breve termine, quindi, il percorso del dollaro dipenderà dall'andamento del petrolio, sottolinea Ford. "Se continueremo in un contesto di petrolio in rialzo e propensione al rischio in calo, il dollaro continuerà a trovare sostegno", ha affermato. "Tuttavia, se il petrolio dovesse scendere, si potrebbe assistere al ritorno in primo piano dei tradizionali beni rifugio", ha concluso Ford, secondo cui in tale scenario ne beneficerebbero il franco svizzero e lo yen giapponese.