È la guerra a dominare il sentiment del mercato. La scorsa ottava ha visto come unico barometro del rischio il petrolio, con i suoi balzi in avanti che si sono immediatamente tradotti in crolli dei mercati. Per la prima volta da metà giugno 2022 le quotazioni del WTI si sono portate sopra la soglia dei 100 dollari, arrivando a raddoppiare i valori di fine 2025.
Il chiaro clima di risk off ha così impattato negativamente sui mercati azionari, con la volatilità che è tornata a farla da padrone. Il VIX a inizio della scorsa settimana ha superato quei 30 punti che erano stati visti l’ultima volta in occasione dell’annuncio dei dazi da parte di Trump nell’aprile 2025.
A conferma di un clima generale di avversione al rischio si inserisce l’andamento del dollaro USA, che prosegue la sua fase di rafforzamento. Un elemento di ulteriore preoccupazione per le Banche Centrali degli altri Paesi: la crescita dei prezzi energetici, tipicamente espressi in dollari, e l’apprezzamento del biglietto verde rischiano di produrre una doppia spinta inflattiva, una diretta e l’altra indiretta.
Per ora i banchieri centrali hanno provato a gettare acqua sul fuoco, nella speranza che le tensioni vengano risolte velocemente. Questa settimana servirà tuttavia al mercato per capire meglio il pensiero di FED e BCE, le due osservate speciali di questo momento.
Il greggio riscrive l’agenda dei tassi
Questa settimana FED e BCE si troveranno a decidere sui tassi. Se fino a poche settimane fa il contesto, nonostante tutto, appariva relativamente lineare, oggi non lo è più. Il petrolio è tornato protagonista, e con esso le incertezze che accompagnano ogni fase di tensione geopolitica.
Il greggio ha registrato un rialzo significativo nonostante il rilascio record di scorte da parte dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, un segnale che i mercati stanno prezzando rischi che vanno oltre i fondamentali di domanda e offerta.
È il fattore geopolitico a dettare il ritmo, e le Banche centrali non possono ignorarlo. L’Europa resta strutturalmente esposta ai rincari energetici. Ogni fiammata del barile si traduce in pressioni inflazionistiche che complicano il lavoro di Francoforte, costretta a bilanciare il sostegno alla crescita con la vigilanza sui prezzi.
Gli Stati Uniti, sostanzialmente autosufficienti sul fronte energetico, affrontano una sfida diversa. Il mercato del lavoro mostra segni di rallentamento, e la Fed deve onorare il suo doppio mandato: stabilità dei prezzi e massima occupazione.
Un equilibrio che diventa più delicato quando l’inflazione importata rischia di frenare ulteriormente la domanda interna. Sarà ancora una volta il petrolio a orientare le aspettative. Se le tensioni dovessero rientrare, i banchieri centrali avranno margine di manovra. In caso contrario, la settimana che si apre potrebbe segnare un punto di svolta per la politica monetaria su entrambe le sponde dell’Atlantico.
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