La scorsa settimana si è chiusa con la notizia che la Corte suprema americana ha bocciato i dazi voluti da Donald Trump. La notizia si è rapidamente diffusa tra gli operatori di mercato e ha avuto un inevitabile impulso positivo sulle Borse internazionali, specie per i settori come quello del solare e della manifattura che erano maggiormente a rischio. La notizia, indubbiamente positiva a prima vista, va tuttavia valutata nel medio periodo.
L’associazione tedesca dell’industria meccanica VDMA ha avvertito che l’incertezza per le aziende permane nonostante la sentenza. Ipotizzare che Trump non reagisca con altre misure non appare un’utopia. Di mezzo vi è un aspetto prettamente economico: le risorse ricavate dai dazi secondo gli obiettivi del Presidente USA servivano tanto a ridurre le tasse sui cittadini quanto a ripianare l’ingente debito a stelle e strisce.
Se la prima voce incide sulle prospettive di consumo delle famiglie, nel medio termine il mercato potrebbe invece concentrarsi sulla sostenibilità del debito americano. Un maggior costo del denaro richiesto dal mercato si tradurrebbe in un incremento di spesa non previsto, con anche il mondo tecnologico, alla continua ricerca di nuove risorse per finanziare la rivoluzione AI, che potrebbe pagare dazio a questo. La notizia sui dazi rischia insomma di essere agrodolce.
Fed: il doppio volto dei tassi
C’è un’immagine che aleggia tra le righe dei verbali della Federal Reserve di gennaio, un concetto che funge da bussola per orientarsi nella nebbia dei mercati: il “doppio volto” della politica monetaria. Se molti investitori retail speravano in una discesa morbida e lineare del costo del denaro, le minutes hanno offerto una doccia fredda, rivelando un’istituzione divisa e decisamente più “falco” del previsto.
Il documento non ha offerto sorprese scioccanti, ma ha ricalibrato le aspettative. Con un consenso solido sull’ipotesi di tassi fermi, è emersa una “descrizione a doppio senso” dell’outlook. Diversi partecipanti, infatti, avrebbero sostenuto una comunicazione che non solo frenasse sui tagli, ma che tenesse esplicitamente in vita la possibilità di un rialzo qualora l’inflazione si dimostrasse più persistente delle stime.
Il quadro dipinto è quello di un’economia “più forte rispetto alle proiezioni di dicembre”, con rischi al ribasso per l’occupazione ormai evaporati. La paura, palpabile nelle sale del FOMC, è che la discesa dei prezzi al consumo possa arrestarsi. “Nessun taglio senza la certezza che la disinflazione sia saldamente in carreggiata”, avvertono i membri.
Una posizione che suggerisce uno stallo prolungato, verosimilmente fino a quando il presidente Powell non lascerà l’incarico in estate. Fino a giugno, la Fed continuerà a mostrare al mercato il suo doppio volto: quello rassicurante che osserva i dati, e quello severo pronto a intervenire se i prezzi dovessero rialzare la testa.
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