Le prospettive dei mercati, delle Banche centrali e soprattutto dell’economia internazionale ruotano tutte intorno alle sorti dello Stretto di Hormuz e all’evoluzione della crisi in Medio Oriente. La scorsa settimana il mercato ha infatti premiato il newsflow costruttivo giunto da USA e Iran: le due settimane di tregua sono state apprezzate in modo convinto dagli operatori.
Operatori che tuttavia continuano a guardare con molta attenzione a cosa accade nell’area, con il bombardamento di Israele in Libano che ha subito scatenato un riposizionamento, seppur momentaneo, sul risk off. E mentre il Giappone ha fatto registrare la miglior settimana dal 2024 e gli indici USA hanno rimangiato tutte le perdite maturate dall’inizio della guerra in Iran, il nodo centrale permane lo Stretto di Hormuz.
Solo la sua completa riapertura permetterà di scongiurare una politica monetaria più restrittiva e il rischio di una recessione globale. Uno scenario più accomodante che è iniziato a essere prezzato dal mercato: la scorsa ottava il dollaro ha perso molto del terreno guadagnato nelle ultime settimane con lo scoppio della guerra, l’oro ha dato seguito al recupero intrapreso dai minimi del 23 marzo e i titoli di Stato americani ed europei hanno segnato una discesa dei rendimenti su tutta la lunghezza della curva.
Lo stretto che stringe
Tutti guardano allo Stretto di Hormuz, il corridoio largo appena 39 chilometri tramite il quale passa il 20% dell’offerta petrolifera globale. Quando quel corridoio si è chiuso, i mercati hanno tremato. Quando si è schiusa una tregua, hanno respirato. Ma lo Stretto non è ancora aperto, la pace non è ancora firmata ed il cessate il fuoco raggiunto il 7 aprile è particolarmente fragile.
Il nesso tra geopolitica e inflazione è diretto: il balzo del greggio innescato dal conflitto, sta spingendo al rialzo i prezzi al consumo (a marzo il CPI statunitense è passato dal 2,4 al 3,3 per cento). È questo il dato che può spostare l’ago della Fed, non tanto nei prossimi meeting, quanto nella narrativa che accompagnerà le decisioni dei mesi a venire.
C’è poi una variabile politica che i mercati tendono a sottovalutare: le elezioni di Midterm. Un’inflazione che morde sulla benzina e sulla spesa quotidiana è il peggior nemico elettorale per un presidente in carica. Non è peregrino pensare che la fretta di Trump nel cercare un’exit strategy sia pesantemente influenzata dalla necessità di uscire dal pantano iraniano.
Se i negoziati delle prossime settimane produrranno un accordo credibile sulla riapertura di Hormuz - anche solo con qualche forma di pedaggio iraniano per il transito, come si ipotizza - il petrolio potrà scendere sotto i 100 dollari al barile in modo stabile, alleggerendo la pressione sui prezzi e restituendo alla Fed il margine di manovra che le serve. Se invece la tregua dovesse nuovamente incrinarsi, lo Stretto rimarrà chiuso e continuerà a stringere.
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