In attesa di scoprire le carte che distribuirà la Fed questa settimana, la scorsa ottava ha visto la BCE confermare il livello del costo del denaro. Non una sorpresa per il mercato, focalizzato soprattutto su alcuni passaggi di Christine Lagarde, che ha messo nel mirino il petrolio, come fattore esogeno capace di impattare sulle prospettive di politica monetaria.
Petrolio che con la sua cavalcata al rialzo delle ultime tre settimane ha nuovamente messo nel mirino i 100 dollari al barile e che dunque si ripropone come sentinella del rischio dei mercati. Un rischio monetario, non più geopolitico.
In un contesto in cui le aziende stanno investendo cifre colossali per sviluppare l’ecosistema AI, la possibilità che le materie prime energetiche contribuiscano a spingere al rialzo i tassi in America e Europa non piace agli operatori. L’ulteriore rally degli ultimi mesi ha spinto le valutazioni di molti titoli a livelli tirati.
La pubblicazione delle trimestrali è un’ottima occasione per misurare l’andamento delle aziende, toccando con mano quanto finora era stato solo stimato. Per il momento il mercato non è rimasto impressionato, favorendo così le prese di beneficio. Perché qualcosa possa cambiare nelle prossime settimane è necessario che dai conti emerga quell’effetto “Wow” capace di dare nuova spinta all’umore degli operatori.
Fed, l’attesa che non finisce mai
I mercati vivono ormai da mesi nell’attesa di una mossa che tarda ad arrivare. Kevin Warsh lo ripete in ogni audizione: l’inflazione resta “intollerabilmente elevata” mentre i tassi restano fermi al 3,50%-3,75%.
L’ultimo dato di giugno ha sorpreso in negativo: il CPI mensile è sceso dello 0,4% contro attese al -0,1% e il “core” è rimasto invariato su base congiunturale, contro il +0,2% previsto. Su base annua l’indice “headline” è passato al 3,5% dal 4,2% precedente mentre il dato calcolato al netto delle componenti più volatili è arretrato al 2,6%.
Il calo dei prezzi energetici, la benzina è crollata del 9,7% nel mese, ha trascinato il dato verso il basso insieme a educazione, comunicazioni, auto usate e abbigliamento. Solo il settore ricreativo ha mostrato una lieve accelerazione, complice l’effetto Mondiali.
Per la due giorni di riunioni che si concluderà mercoledì, il consenso tra gli analisti è bulgaro: tutti prevedono tassi invariati e tre su quattro non vedono modifiche fino a fine anno. Eppure la maggioranza di chi si aspetta un cambiamento ora scommette su un rialzo, non su un taglio. Come nota Jeremy Schwartz di Nomura, Warsh preferirebbe non dover stringere i tassi ma cerca tempo per dimostrare credibilità ai mercati.
Restano i rischi: il petrolio sopra gli 80 dollari al barile, i dazi che secondo la Fed di Dallas pesano ancora 0,90 punti sul deflatore core PCE, il mercato immobiliare, che frena l’inflazione da shelter, oggi al 3,30% annuo. Tra dati contrastanti e task force ancora al lavoro, l’attesa della Fed resta l’unica certezza dei mercati.
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