Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente e il recente balzo dei prezzi del petrolio stanno riaccendendo i timori di un ritorno a uno scenario simile alla stagflazione degli anni Settanta (Stagflazione: cos'è e quando si è verificata). Secondo una recente ricerca dell’analista Ed Yardeni, la probabilità che nel 2026 si verifichi un forte crollo dei mercati accompagnato da stagflazione è salita al 35%, rispetto al 20% stimato in precedenza.
La combinazione di petrolio in forte rialzo, crescita economica in rallentamento e mercato del lavoro più debole sta infatti riportando alla memoria il contesto economico degli anni ’70, quando gli shock petroliferi provocarono una miscela di inflazione elevata e stagnazione economica (Stagflazione: come è stata vinta negli anni '70).
Ed Yardeni: verso stagflazione con petrolio sopra i $100 e chiusura Stretto di Hormuz
Uno degli elementi chiave di questo scenario è l’aumento del prezzo del greggio, che ha superato i 100 dollari al barile dopo l’escalation militare tra Stati Uniti e Iran. Il conflitto ha portato ad attacchi contro le petroliere nello Stretto di Hormuz, un passaggio strategico attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale.
Secondo Yardeni, finché le forze iraniane continueranno a colpire le navi con droni, la situazione resterà critica per i flussi energetici globali. Il presidente Donald Trump ha autorizzato la marina statunitense a scortare le petroliere nella zona, ma l’operazione potrebbe richiedere tempo e non garantire una protezione completa dagli attacchi.
Oltre al petrolio, pesa il rallentamento della crescita economica USA
Alle tensioni energetiche si aggiungono segnali di indebolimento dell’economia statunitense. L’ultimo rapporto sul mercato del lavoro ha mostrato un calo inatteso dell’occupazione, confermando una tendenza di stagnazione che dura da circa un anno.
Anche le stime sulla crescita del PIL sono state riviste al ribasso: per il primo trimestre l’economia USA dovrebbe crescere del 2,1%, rispetto alla previsione precedente del 3,2%. Questo contesto rende più difficile il compito della Fed, che potrebbe trovarsi stretta tra due pressioni opposte: da un lato il rischio di inflazione più alta a causa del petrolio, dall’altro l’aumento della disoccupazione e il rallentamento dell’economia.
Scenario di lungo termine ancora positivo per i mercati
Nonostante l’aumento dei rischi, Yardeni mantiene una visione relativamente costruttiva sul lungo periodo. Il suo scenario principale resta quello dei cosiddetti “Roaring 2020s”, ovvero un decennio di crescita economica sostenuta, con una probabilità del 60%. Allo stesso tempo, l’analista ha ridotto drasticamente la probabilità di un forte rally dei mercati (“meltup”) al 5%, rispetto al 20% precedente.
Secondo questa visione, nel caso di un peggioramento delle condizioni macroeconomiche è più probabile una correzione del mercato azionario tra il 10% e il 15% piuttosto che un vero e proprio mercato ribassista con perdite superiori al 20%.
Non solo rischio energia: le conseguenze sul mercato agricolo e prezzi alimentari
La crisi nello Stretto di Hormuz potrebbe avere conseguenze non solo sul mercato energetico ma anche su quello agricolo. I Paesi del Golfo sono infatti importanti esportatori di fertilizzanti e un blocco prolungato del traffico marittimo potrebbe ridurre la disponibilità di questi prodotti.
Se la situazione non dovesse normalizzarsi entro l’inizio di aprile, gli agricoltori potrebbero essere costretti a utilizzare meno fertilizzanti o a cercare alternative meno efficienti. Questo scenario, secondo Yardeni, potrebbe tradursi in raccolti più bassi e in un possibile shock dei prezzi alimentari nella seconda metà del 2026.