Da quando è iniziata la guerra in Iran, l’indice S&P 500 ha perso quasi 4 punti percentuali. Gli operatori di mercato sono ora con il fiato sospeso per vedere come si evolverà il conflitto dopo l’ultimatum lanciato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Se lo Stretto di Hormuz non sarà riaperto entro le ore 20 di oggi, gli Stati Uniti attaccheranno le centrali elettriche iraniane. Teheran, però, tiene duro e, a quanto pare, è disposta a continuare questa guerra sanguinosa con Stati Uniti e Israele. Le autorità iraniane hanno infatti dichiarato che il canale verrà riaperto solo dopo che il Paese sarà risarcito per i danni causati dagli attacchi militari nemici.
A Wall Street regna l’incertezza: da un lato c’è chi si aspetta un accordo rapido che ponga fine alle ostilità; dall’altro chi teme un’escalation tale da far salire ulteriormente i prezzi del petrolio, mettendo a rischio l’economia globale. “I mercati sono tesi, il tempo sta per scadere e gli esiti sono binari: tregua o escalation”, ha detto Rob Subbaraman, responsabile della ricerca macro globale di Nomura. A suo avviso, “il tono di Trump suggerisce comunque un certo grado di urgenza alla Casa Bianca di porre fine alla guerra, mentre gli investitori continuano a coprire il rischio di escalation”.
L’aspetto più inquietante è che quanto accaduto nell’ultimo mese rischia di mettere in seria difficoltà l’economia globale, che potrebbe trovarsi ad affrontare contemporaneamente un’inflazione elevata e una crescita debole. “Anche in uno scenario in cui lo Stretto di Hormuz rimane aperto, il danno alla fiducia e alle catene di approvvigionamento è già stato fatto - le cose non tornano alla normalità con facilità”, ha detto Mohit Mirpuri, gestore di fondi azionari presso SGMC Capital. “I mercati probabilmente rimarranno sensibili ai titoli di scena, con forti oscillazioni in entrambe le direzioni man mano che le narrazioni cambiano”.
Wall Street: UBS diventa più pessimista
Il persistere dei prezzi elevati del petrolio, che potrebbe pesare sulla crescita economica e sull’inflazione statunitensi, ha spinto UBS Global Wealth Management ad abbassare l’obiettivo di fine anno per l’indice S&P 500.
Ora l’unità di gestione patrimoniale della banca svizzera vede il benchmark a 7.500 punti, rispetto ai 7.700 della stima precedente. Per quanto riguarda metà anno, la previsione passa da 7.300 a 7.000 punti. L’S&P 500 ha chiuso l’ultima seduta a 6.612 punti, quindi esisterebbe comunque un ampio margine di rialzo.
UBS ritiene che la crisi in Medio Oriente si attenuerà nelle prossime settimane e che i flussi energetici riprenderanno gradualmente. Tuttavia, l’istituto non crede che la produzione petrolifera sia in grado di tornare ai livelli precedenti in tempi brevi, poiché le infrastrutture sono state danneggiate e richiederanno un periodo più o meno lungo per ripristinare la piena capacità produttiva.
Questo significa che i prezzi del petrolio potrebbero restare elevati, così come le pressioni inflazionistiche. “Di conseguenza, ciò ritarderà probabilmente i tempi di ulteriori tagli dei tassi da parte della Federal Reserve”, ha scritto UBS in una nota.
Ciononostante, la banca con sede a Zurigo considera ancora attraenti le azioni statunitensi, mantenendo invariata la previsione degli utili societari dell’S&P 500 a 310 dollari per azione. “Man mano che gli effetti negativi della guerra inizieranno a svanire, ci aspettiamo che le azioni siano sostenute da una combinazione di crescita degli utili ancora solida, una Federal Reserve generalmente favorevole, anche se con un allentamento della politica monetaria ritardato, e la continua adozione e monetizzazione dell’intelligenza artificiale”, si legge nella nota.