Il dollaro USA sta prendendo fiato nelle ultime sedute dopo un rally che ha spinto il Dollar Index, l'indice che misura l'andamento del biglietto verde rispetto a un paniere delle principali valute, oltre la soglia dei 100 punti. I dati sull'occupazione americana pubblicati giovedì scorso hanno fotografato una situazione del mercato del lavoro statunitense ancora preoccupante, che potrebbe indurre la Federal Reserve a mantenere un approccio prudente nel valutare un eventuale aumento dei tassi di interesse nel corso dell'anno per frenare l'inflazione.
Da inizio anno l'indice del dollaro è salito di circa il 3%, portando al 5% la performance registrata dalla fine di gennaio. Si tratta di una netta inversione di tendenza rispetto alla prima parte dello scorso anno, quando il biglietto verde ha registrato la peggiore performance semestrale degli ultimi 50 anni.
Dollaro USA: la Fed è la chiave di tutto?
Nell'ultima riunione della Fed, coincisa con la prima presieduta da Kevin Warsh, le indicazioni fornite dalla Banca centrale non sono state particolarmente rassicuranti sul fronte della politica monetaria, almeno per chi si aspettava un approccio più accomodante.
Warsh, nelle sue dichiarazioni, ha invece espresso l'intenzione di dare priorità al contenimento dell'inflazione, lasciando intendere che nel 2026 potrebbero arrivare nuovi rialzi dei tassi. Inoltre, il nuovo dot plot, che raccoglie le aspettative dei membri della Fed sull'evoluzione futura dei tassi di interesse, è risultato chiaramente più restrittivo.
Tutto ciò ha dato ulteriore slancio al dollaro USA, che continua a beneficiare di un significativo vantaggio in termini di rendimenti rispetto ad altre valute, come lo yen.
Secondo Lee Hardman, senior currency analyst di MUFG, "la divergenza tra le aspettative di politica monetaria della Fed e quelle delle altre principali Banche centrali ha ampliato il differenziale dei rendimenti a favore del dollaro".
L'esperto sottolinea, al riguardo, che le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi al di fuori degli Stati Uniti si sono ridimensionate a causa del calo dei prezzi dell'energia. Tuttavia, ritiene che "l'attuale forza del dollaro non sia sostenibile".
Il motivo è che "la Fed manterrà invariati i tassi mentre l'inflazione americana rallenterà grazie al calo dei prezzi energetici e all'esaurimento degli effetti dei dazi dello scorso anno". Inoltre, aggiunge Hardman, "prevediamo una ripresa della crescita economica in Asia e in Europa. Questo scenario dovrebbe indebolire il dollaro nel corso del prossimo anno".
Anche Muhammad Hamza Saleem, analista valutario di Morningstar, pone l'accento sulla banca centrale statunitense. A suo avviso, "un calo del prezzo del petrolio normalmente indebolirebbe il dollaro, ma questa volta gli investitori si sono concentrati soprattutto sull'orientamento restrittivo della Fed e sulla persistente incertezza geopolitica".
Anche Muhammad Hamza Saleem, analista valutario di Morningstar, pone l'accento sulla Banca centrale a stelle e strisce. A suo avviso, il dollaro potrebbe continuare ad apprezzarsi nel breve e medio termine proprio grazie alla politica della Fed.
"Con il petrolio tornato ai livelli precedenti al conflitto con l'Iran e con economie non statunitensi ancora più deboli di quella americana, i mercati dei tassi al di fuori degli Stati Uniti hanno ancora margine per ridurre le aspettative di ulteriori rialzi", ha dichiarato l'esperto, evidenziando che "questo dovrebbe mantenere i rendimenti americani relativamente più elevati, una dinamica storicamente favorevole al dollaro".
Lo status di valuta di riserva
Un altro tema molto dibattuto negli ultimi anni riguarda lo status del dollaro USA come principale valuta di riserva mondiale delle Banche centrali, tanto da portare alcuni osservatori a parlare di un processo di de-dollarizzazione a favore di altre valute. In effetti, gli istituti centrali hanno progressivamente aumentato le proprie riserve di oro, così come quelle denominate in altre divise, tra cui euro e yuan.
MUFG evidenzia che la quota del biglietto verde nelle riserve valutarie mondiali è scesa dal 72% nel 2002 al 56,8% nel 2025. L'aspetto più interessante, secondo la banca, è che "questa tendenza potrebbe proseguire, soprattutto se gli Stati Uniti non affronteranno il crescente deficit fiscale".
Di diverso avviso è Saleem di Morningstar, secondo il quale il ruolo dominante del dollaro resterà intatto. "Una valuta di riserva non viene sostituita semplicemente perché esiste insoddisfazione. Deve esistere un'alternativa credibile. Ed è proprio questo che oggi manca", ha affermato.