Lo yen prende ossigeno e guadagna terreno nei confronti del dollaro statunitense. Il cambio USD/JPY è scivolato fino a 160,49 nell'ultima seduta della settimana, in netto calo rispetto al picco di mercoledì scorso a 162,85, il livello più elevato degli ultimi 40 anni.
A sostenere la valuta giapponese è stato un nuovo intervento verbale delle autorità di Tokyo, che dovrebbe fungere da monito per gli speculatori. Oggi, infatti, il ministro delle Finanze, Satsuki Katayama, ha dichiarato che il governo è in stretto contatto con gli Stati Uniti per mantenere sotto controllo il cambio USD/JPY ed evitare che la debolezza dello yen degeneri.
Rispondendo a una domanda nel corso della consueta conferenza stampa, il ministro ha precisato che la posizione del Giappone "non è cambiata affatto" e che Tokyo "è pronta a intervenire ogni volta che sarà necessario". Ha inoltre sottolineato che "le autorità giapponesi e statunitensi rimangono in stretto contatto sulle questioni valutarie anche quando negli Stati Uniti è un giorno festivo".
Oggi, infatti, in USA prende il via il lungo fine settimana dedicato alle celebrazioni dell'Independence Day. Alcuni operatori hanno persino ipotizzato che abbia già avuto luogo un intervento diretto delle autorità sul mercato dei cambi, ma i trader ritengono che il rafforzamento dello yen sia stato troppo contenuto per avvalorare questa ipotesi.
La valuta giapponese ha beneficiato anche di un altro fattore: i dati sull'occupazione statunitense pubblicati nella giornata di ieri sono risultati deludenti. Questo alimenta l'ipotesi che la Federal Reserve possa attendere più a lungo prima di procedere con un eventuale rialzo dei tassi di interesse.
Yen: il Giappone rischia di finire in un cul-de-sac
La debolezza dello yen sta diventando un problema molto serio per il Giappone, perché rischia di aumentare il costo delle importazioni, alimentando ulteriormente l'inflazione. Di conseguenza, famiglie e imprese potrebbero ridurre consumi e investimenti, soprattutto ora che i prezzi dell'energia sono più elevati rispetto al periodo precedente alla guerra in Iran.
Un segnale allarmante è arrivato questa settimana con un rapporto del centro studi Tokyo Shoko Research. Il documento mostra che, nei primi sei mesi del 2026, i fallimenti aziendali riconducibili alla debolezza dello yen sono aumentati del 32,3% rispetto allo stesso periodo del 2025.
"L'aumento dei costi di importazione di materiali e merci causato dall'indebolimento dello yen ha pesato soprattutto sui grossisti con un limitato potere di determinazione dei prezzi", si legge nel rapporto. L'aspetto più preoccupante è che, secondo lo studio, questo tipo di fallimenti è destinato a rimanere elevato anche nei prossimi mesi.
Il problema è che l'enorme indebitamento del Giappone limita i margini di manovra della Bank of Japan sul fronte dei rialzi dei tassi. In altre parole, un aumento eccessivo del costo del denaro rischierebbe di aggravare il peso del debito pubblico attraverso un incremento dei rendimenti obbligazionari, con il rischio che lo yen finisca per risentire anche di un peggioramento della percezione del rischio Paese.
Katayama ha respinto le ipotesi di un cambiamento di strategia, sostenendo che l'esecutivo resta impegnato a preservare la fiducia dei mercati nella solidità delle finanze pubbliche giapponesi. Toshihiro Nagahama, membro di un gruppo di consulenza economica vicino al primo ministro e in passato sostenitore di politiche fiscali e monetarie accomodanti, ritiene che la BoJ debba procedere con "moderati rialzi dei tassi" per correggere "l'eccessiva debolezza dello yen", evitando al contempo "un'impennata indesiderata dei rendimenti obbligazionari".