Il Ministero delle Finanze giapponese e la Bank of Japan non sono mai stati così allineati nel sostenere lo yen. Nelle ultime settimane, la valuta nipponica ha guadagnato terreno sul dollaro americano, rallentando la tendenza rialzista del "ninja" sui mercati valutari.
La svolta è avvenuta il mese scorso, quando il governatore della BoJ, Kazuo Ueda, ha espresso dichiarazioni in sintonia con la politica interventista del ministro delle Finanze, Satsuki Katayama. Il numero uno della Banca del Giappone ha abbandonato il linguaggio accomodante che, in passato, aveva servito su un piatto d’argento ai trader il pretesto per vendere yen ed effettuare operazioni di carry trade con il dollaro. Questa volta, Ueda ha parlato dei rischi inflazionistici derivanti dalla debolezza della valuta e ha mantenuto aperta l’ipotesi di un rialzo dei tassi di interesse a giugno.
Poco dopo, secondo diverse fonti, il governo sarebbe intervenuto acquistando a più riprese quasi 10.000 miliardi di yen, pari a 63,7 miliardi di dollari. Una potenza di fuoco che ha immediatamente respinto l’assalto degli speculatori, impegnati ad acquistare massicciamente il cambio USD/JPY. L’assonanza tra il Ministero delle Finanze e la BoJ è stata confermata anche da diverse fonti governative, che hanno definito la comunicazione di Ueda "insolitamente efficace" nel guidare le aspettative dei mercati.
Gli investitori probabilmente monitoreranno da vicino tutte le dichiarazioni dei funzionari della Banca centrale da qui alla riunione di giugno. In particolare, sarà passato al setaccio il discorso che Ueda terrà il 3 giugno, due settimane prima del meeting ufficiale. Saranno molto importanti anche le dichiarazioni che il vicegovernatore Ryozo Himino e i membri del board Kazuyuki Masu e Junko Koeda rilasceranno nel corso di questo mese.
Nell’ultima riunione, i tre avevano votato a favore del mantenimento dei tassi invariati. Un eventuale cambio di posizione potrebbe risultare decisivo per una stretta monetaria il prossimo mese, considerando che tre dei nove membri del Consiglio chiedono già un aumento dell’1% del costo del denaro.
Yen: l'appoggio degli Stati Uniti
Una terza forza che potrebbe aggiungersi a sostegno dello yen è rappresentata dal Segretario al Tesoro USA, Scott Bessent. Il capo delle Finanze americane quest’anno ha chiesto con forza rialzi dei tassi più rapidi da parte della BoJ, così da contrastare la debolezza dello yen. Inoltre, ha avviato un "rate check" sul mercato valutario, ossia una procedura attraverso cui le autorità monetarie contattano le banche per richiedere quotazioni sul cambio. La mossa è stata interpretata dai mercati come un possibile segnale preliminare di intervento coordinato sul Forex.
Sono ora previsti incontri tra Bessent, la sua omologa giapponese Satsuki Katayama e il primo ministro del Sol Levante, Sanae Takaichi. In quell’occasione potrebbe essere approfondita anche la questione valutaria. "Al momento esiste un allineamento significativo", ha dichiarato Bart Wakabayashi, branch manager di State Street a Tokyo, riferendosi alla stretta collaborazione tra le autorità giapponesi e gli Stati Uniti per contrastare gli speculatori ribassisti sullo yen.
"È importante soprattutto perché il Giappone non sta agendo da solo. Aspettiamo di vedere se emergerà qualcosa dagli incontri con Bessent, ma penso che anche solo il fatto che si discuta dei livelli del cambio sia rilevante".
Cosa succederà realmente?
Anche se si cercherà di evitare uno scontro tra due alleati storici come USA e Giappone, non sarà facile far digerire eventuali rialzi dei tassi della BoJ al premier Takaichi, da sempre sostenitore di una politica monetaria accomodante. Una fonte governativa citata da Reuters ha dichiarato che il capo del governo non vuole un aumento dei tassi. Tuttavia, desidera che venga fatto qualcosa contro l’inflazione e, per questo motivo, "l’intervento diretto sullo yen resta l’unica opzione praticabile".
Secondo gli analisti, però, la pressione ribassista sulla valuta rimane elevata. Questo perché il Giappone dipende fortemente dalle importazioni energetiche e lo shock petrolifero provocato dalla guerra in Iran sta ampliando il deficit commerciale. Su questo fronte, la politica interna potrebbe fare ben poco.
"I critici sostengono spesso che gli interventi servano solo a ritardare il trend di mercato sottostante", ha dichiarato Rong Ren Goh, portfolio manager del team obbligazionario di Eastspring Investments a Singapore. Tuttavia, ha aggiunto che "anche se gli interventi non hanno invertito strutturalmente la direzione del mercato, almeno ne hanno spezzato il momentum". Qualora invece la vendita prolungata di yen venisse lasciata senza controllo, "rischierebbe di trasformarsi in una svalutazione molto più disordinata, rendendo molto più difficile per le autorità contenerla", ha concluso.