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AI: chi paga il conto?

06 lug 2026 - 16:00

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Per fronteggiare il rialzo dei prezzi dei chip - scatenato dallo shopping degli hyperscaler - Apple e Microsoft hanno alzato i listini. Chi paga quindi il costo dell'AI?

Trainati dal boom dell’AI, gli investimenti delle imprese continuano a sostenere il PIL statunitense, anche se le Magnifiche Sette iniziano a soffrire in Borsa più di chi, dai loro investimenti, sta effettivamente traendo beneficio.

Ma l’incremento dei prezzi dei chip promette di riversarsi sull’intera economia: Apple ha alzato i prezzi del 20%, Microsoft ha fatto lo stesso con la Xbox. Si tratta di un dettaglio che pesa, perché i semiconduttori sono ormai ovunque, e ogni rincaro nella filiera della memoria rischia di propagarsi lungo l’intera catena produttiva.

Sebbene dal mercato del lavoro statunitense siano arrivati segnali distensivi, ci troviamo in un tipico scenario “no hire, no fire” (le aziende non fanno a gara per accaparrarsi i lavoratori ma, al contempo, si tengono stretti quelli che hanno), la Fed guarda con sospetto le possibili ripercussioni sui prezzi.

In Europa, il rientro dell’inflazione verso livelli più “normali” e le dichiarazioni di Christine Lagarde a Sintra hanno ridimensionato l’ipotesi di due rialzi consecutivi. Il gas resta però circa il 40% al di sopra dei livelli pre-conflitto e la BCE, a settembre, potrebbe dover scegliere ancora tra restare ferma o stringere di nuovo.

Il conto dell’intelligenza artificiale, in fondo, non lo pagano solo gli hyperscaler. 

 

 

Il paradosso del lavoro americano

A giugno l’economia americana ha creato appena 57.000 posti di lavoro, contro attese per 110.000, mentre i dati di aprile e maggio sono stati rivisti al ribasso. Il tasso di disoccupazione è sceso al 4,2% dal 4,3%, ma dietro il miglioramento si nasconde un dato meno rassicurante: circa 720.000 persone hanno abbandonato la forza lavoro, portando il tasso di partecipazione al 61,5%, minimo dal marzo 2021.

Il numero dei disoccupati non è calato per effetto di nuove assunzioni, ma per la fuga dal mercato del lavoro. Il settore dei servizi professionali ha guidato la crescita occupazionale con 36.000 posizioni, seguito da assistenza sociale (+25.000) e sanità (+22.000). Sorprende il crollo del comparto leisure and hospitality, che ha perso 61.000 posti nonostante i Mondiali di calcio in corso negli Stati Uniti.

L’indebolimento della dinamica occupazionale ha portato gli operatori a ridimensionare le attese di rialzo dei tassi: la probabilità di una mossa a luglio è scesa sotto il 20%, dal 30% precedente ai dati, mentre a settembre resta al 60%.

Il focus si sposta ora sul CPI, l’indice dei prezzi al consumo, in calendario il 14 luglio: con il petrolio tornato ai livelli pre-conflitto USA-Iran, i rischi inflazionistici appaiono orientati al ribasso, elemento che rafforza l’ipotesi di una Fed ferma fino a fine anno. Resta il paradosso di fondo: un mercato del lavoro che si restringe, più che rinforzarsi, dove la disoccupazione scende semplicemente perché sempre meno americani cercano un impiego.

 

Qui è possibile leggere tutta la Weekly Note di Vontobel

 

 

 

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