C'è un'azienda italiana che ieri, 1° luglio, ha suonato la campanella del Nasdaq di New York, e lo ha fatto nel modo più rumoroso possibile. Bending Spoons, la società con quartier generale a Milano che negli ultimi anni ha comprato pezzi di internet come Vimeo, WeTransfer, Evernote e persino la storica AOL, ha debuttato in Borsa con un rialzo di quasi il 40% nella prima seduta. Un esordio da manuale, che ha trasformato sulla carta cinque fondatori in miliardari e ha acceso i riflettori su uno dei modelli di business più particolari del panorama tecnologico europeo.
IPO Bending Spoons: i numeri del collocamento
Il prezzo dell'offerta pubblica iniziale è stato fissato a 29 dollari per azione, sopra la forchetta indicativa di 26-28 dollari comunicata alla vigilia: già di per sé un segnale di domanda robusta. L'operazione ha raccolto circa 1,68 miliardi di dollari, portando la valutazione della società a quel prezzo a circa 18,4 miliardi. Per avere un metro di paragone, nell'ultimo round di finanziamento privato del 2025 Bending Spoons era stata valutata attorno agli 11 miliardi: in pochi mesi il valore è cresciuto di oltre due terzi.
Poi è arrivato il mercato a dare il suo verdetto. Il titolo, che tratta con il simbolo BSP, ha aperto a 31 dollari, è salito fino a un picco di circa 43$ e ha chiuso la prima giornata in rialzo di quasi il 40% rispetto al prezzo di collocamento a 40,5 $ (pari ad una market cap di 25,6 miliardi di dollari). Un debutto che si inserisce in una fase di riapertura della finestra per le quotazioni tecnologiche, e che gli osservatori leggono come un test sulla fame degli investitori per il software.
Che cosa fa davvero Bending Spoons
Per capire l'operazione bisogna capire il modello, perché non è quello della classica startup che inventa un prodotto e lo fa crescere. Bending Spoons, fondata nel 2013 da cinque soci italiani (inizialmente a Copenaghen, poi con base a Milano), funziona più come un ibrido tra una società tecnologica e un fondo di private equity. La logica è precisa: individuare app e servizi digitali affermati ma in difficoltà o gestiti in modo inefficiente, acquistarli, ristrutturarli per aumentarne la redditività, e reinvestire i flussi di cassa generati in nuove acquisizioni.
La ristrutturazione passa quasi sempre per le stesse leve: taglio dei costi, riduzione del personale, revisione dei prezzi verso l'alto, semplificazione dei prodotti. È una ricetta che ha generato reddito, ma che ha attirato anche molte critiche da parte degli utenti storici dei servizi acquisiti, che si sono spesso ritrovati con abbonamenti più cari e funzionalità cambiate. Le operazioni completate finora sono oltre cinquanta, e includono nomi noti al grande pubblico come Evernote, WeTransfer, Vimeo, Brightcove, Eventbrite e AOL.
I conti: attenzione a quale utile si guarda
Qui serve la massima precisione, perché è il punto in cui i numeri raccontano storie diverse a seconda di quale riga si legge. Sul fronte dei ricavi il quadro è solido e concorde tra le fonti: nel 2025 la società ha realizzato circa 1,31 miliardi di dollari di fatturato, quasi il doppio dei 671 milioni dell'anno precedente. La crescita, insomma, è reale e vigorosa. Anche a livello di utile operativo il dato è positivo: circa 278 milioni, per un margine intorno al 21%.
Il messaggio cambia però quando si scende all'ultima riga del conto economico. Alcune fonti indicano per il 2025 un risultato netto sostanzialmente in pareggio, se non una leggera perdita. Come si concilia un utile operativo di quasi 300 milioni con un utile netto vicino allo zero?
La risposta sta nella natura stessa del modello: le acquisizioni a raffica vengono finanziate in buona parte a debito, e gli oneri finanziari su quel debito erodono gran parte di ciò che resta sotto la linea operativa. È un dettaglio decisivo per chiunque voglia valutare la società: il margine operativo del 21% è un dato vero, ma raccontarlo senza citare il peso degli interessi restituirebbe una fotografia parziale.
Fondatori, investitori e la scelta di New York
Sul piano della base utenti, la società dichiara circa 500 milioni di utenti mensili attivi e quasi 10 milioni di clienti paganti, con ricavi che derivano per l'84% dagli abbonamenti, per il 12% dalla pubblicità e per il restante 4% da altre voci. Il collocamento ha reso miliardari sulla carta i fondatori: l'Amministratore delegato Luca Ferrari con un patrimonio stimato attorno a 1,4 miliardi di dollari, e gli altri soci intorno a 1,3 miliardi ciascuno.
Nel capitale figurano investitori di peso come il gestore britannico Baillie Gifford, la Tamburi Investment Partners di Milano, l'ex direttore finanziario di Apple Luca Maestri e, curiosamente, anche l'ex tennista Andre Agassi.
Resta la domanda più italiana di tutte: perché una società con base a Milano ha scelto di quotarsi a New York e non a Piazza Affari? La motivazione ufficiale è che il mercato statunitense è più profondo e più ricco, quello dove sono quotate Apple, Microsoft e Alphabet. La lettura tra le righe è che una società tecnologica da quasi 20 miliardi difficilmente avrebbe trovato in Italia la stessa disponibilità di capitali e gli stessi multipli di valutazione.
È una bella notizia per la capacità imprenditoriale italiana e, allo stesso tempo, un promemoria di quanto sia complicato far crescere e valorizzare un campione tecnologico restando entro i confini nazionali.
Che cosa guardare adesso
Il debutto brillante non cancella le domande di fondo. La prima riguarda proprio la sostenibilità del modello a debito: finché i tassi restano quello che sono e le acquisizioni continuano a generare cassa, la macchina gira; ma è un equilibrio che va monitorato trimestre dopo trimestre. La seconda riguarda la crescita futura: un modello basato sull'acquisto di aziende richiede un flusso costante di nuovi obiettivi da comprare a prezzi convenienti, e la concorrenza per quegli asset è destinata ad aumentare. La terza è la reazione degli utenti alle politiche di prezzo, che resta un rischio reputazionale non trascurabile. Per ora, il mercato ha premiato senza esitazioni. Sarà interessante vedere se, passata l'euforia del primo giorno, gli investitori guarderanno con la stessa indulgenza anche alla riga dell'utile netto. Il titolo nel pre-mercato arretra del 4,8%.