L’ultima seduta di Wall Street ha innescato un rimbalzo di circa 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, cancellando gran parte delle perdite settimanali e portando una folata di maggiore ottimismo tra gli investitori. Tuttavia, guardando sotto la superficie, il movimento appare più fragile di quanto sembri, per diverse ragioni.
Innanzitutto, la volatilità implicita dell’indice S&P 500 resta al di sopra della media dell’anno, un segnale sufficiente a suggerire che tra i trader persista un elevato livello di incertezza. Secondo quanto evidenziato dal trading desk di Goldman Sachs, gli indicatori di posizionamento segnalano un’ulteriore possibile impennata della volatilità, con i Commodity Trading Advisor (CTA) che probabilmente continueranno a vendere nel corso della settimana indipendentemente dalla direzione del mercato.
Inoltre, il team di prime brokerage della banca ha osservato che la scorsa settimana le vendite allo scoperto sulle azioni statunitensi sono state le più elevate dal 2016.
Una seconda ragione della fragilità del movimento di venerdì è rappresentata dai volumi di scambio poco convincenti. A fine seduta, infatti, questi si sono attestati a circa il 13% al di sotto della media a cinque giorni.
Infine, un paniere di Goldman Sachs mostra un rally di circa il 9% dei titoli fino ad allora più shortati, la migliore performance da aprile. Ciò suggerisce che il recupero sia stato in larga parte guidato dalla chiusura di posizioni ribassiste sulle azioni più rischiose, piuttosto che da una vera e propria inversione generale di tendenza.
Wall Street: gli investitori tormentati dall’AI
Gli investitori sono ora in attesa di segnali sull’economia americana e un banco di prova importante ci sarà mercoledì prossimo, con la pubblicazione posticipata dei dati sull’occupazione. Tuttavia, a tormentare maggiormente gli operatori in questa fase è il tema dell’intelligenza artificiale.
Le preoccupazioni legate alle ingenti spese della Big Tech stanno crescendo, soprattutto dopo la pubblicazione degli ultimi risultati trimestrali. In quell’occasione, il gruppo di hyperscaler formato da Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta Platforms ha investito complessivamente circa 120 miliardi di dollari nel quarto trimestre, mentre per quest’anno i piani indicano un capex vicino ai 700 miliardi di dollari.
Il problema è che gli investitori stanno diventando sempre più scettici sul fatto che questi investimenti possano generare ritorni economici tali da giustificare gli esborsi. Questo è particolarmente vero se si considera che una parte rilevante dell’ecosistema ruota attorno a OpenAI, indebitata per oltre 1.000 miliardi di dollari con le grandi aziende tecnologiche e il cui eventuale default rischierebbe di generare conseguenze di dimensioni immani.
C’è poi il tema degli effetti collaterali dell’AI. Concentrando risorse e attenzione sulle attività legate alla nuova tecnologia, le Big Tech rischiano di trascurare il core business che le ha rese finora aziende di successo.
Infine, resta il problema delle società di software, principali protagoniste del crollo più recente. Da quando la startup Anthropic ha annunciato strumenti di intelligenza artificiale in grado di sostituire molti dei servizi offerti dalle aziende di software, il mercato è entrato in fibrillazione, poiché tale evoluzione minaccia seriamente il loro modello di business.
Mettendo insieme tutti questi fattori, emerge chiaramente come la ripresa del rally a Wall Street sia appesa a un filo. "Il tema dell’AI è passato dall’idea che avrebbe sollevato tutte le barche a una dinamica sempre più winner-take-all", ha dichiarato Sameer Samana, responsabile globale delle azioni e degli asset reali presso Wells Fargo Investment Institute. "Finché il mercato non riuscirà a distinguere i vincitori dai perdenti, farà fatica a individuare una leadership e a segnare nuovi massimi".
Qualche segnale di ottimismo
Un segnale di ottimismo arriva da un’analisi di Adam Turnquist, Chief technical strategist presso LPL Financial. Analizzando i dati dal 1950, l’esperto ha osservato che ogni volta che, nel primo trimestre dell’anno, l’indice S&P 500 è rimasto sopra il minimo del dicembre precedente, ha poi prodotto un rendimento annuo medio del 19,5%. Viceversa, quando il benchmark è scivolato sotto tale soglia, ha chiuso con una performance media negativa dello 0,6%. La buona notizia è che finora, nel punto di massima debolezza di questo mese, l’indice ha chiuso la seduta a circa l’1% sopra il minimo di dicembre.
Al di là dei dati statistici, c’è chi continua a credere nelle prospettive di crescita delle aziende tecnologiche. Justin Post, analista di ricerca presso Bank of America Securities, ha scritto oggi in una nota che "i margini di crescita delle aziende cloud si accompagnano a una potenziale volatilità azionaria in un contesto di venti contrari macroeconomici, ma i team di gestione sembrano fiduciosi nella loro capacità di prevedere la domanda e nel fatto che la capacità produttiva sarà pienamente utilizzata nel 2026".