La scorsa settimana è stata dominata dall’escalation del conflitto tra Stati Uniti e Iran, con attacchi reciproci che hanno coinvolto basi militari USA e alleate nella regione del Golfo. L’incertezza geopolitica ha spinto le Borse in ribasso e ha favorito gli asset rifugio, tra cui oro, dollaro e franco svizzero.
L’impatto si è fatto sentire soprattutto sul fronte energetico, con il petrolio e il gas che hanno registrato forti rialzi, mentre la chiusura dello Stretto di Hormuz ha acuìto i timori di interruzioni nell’approvvigionamento. Questo scenario ha aumentato i rischi di pressione inflazionistica, alimentando le preoccupazioni per le politiche monetarie di FED e BCE.
L’incertezza è anche sul fronte commerciale internazionale, dopo che alcuni procuratori statali USA hanno avviato azioni legali per bloccare i dazi imposti dall’amministrazione Trump. Lato dati macro invece, il focus degli investitori è stato rivolto al report sul mercato del lavoro USA, che ha sorpreso negativamente.
A febbraio, le buste paga non agricole si sono attestate a -92.000 unità, rispetto alle attese per un aumento di 59.000 unità e alle +126.000 di gennaio. Il tasso di disoccupazione è salito dal 4,3% al 4,4%, mentre i salari sono aumentati dal 3,7% al 3,8% su base annua.
Stessa febbre, due termometri
La febbre dell’inflazione americana non è ancora del tutto passata. E la prossima settimana arriveranno due nuove letture: mercoledì 11 marzo sarà la volta del CPI - l’indice dei prezzi al consumo - mentre venerdì 14 marzo toccherà al PCE, il deflatore delle spese per consumi personali. Due strumenti diversi per misurare la stessa patologia.
A gennaio 2026, il CPI ha sorpreso in positivo, rallentando dal 2,7 al 2,4% su base annua - il livello più basso da maggio - contro un’attesa del 2,5%. Merito soprattutto degli effetti base e del calo dei prezzi energetici. Il dato “core”, che esclude alimentari ed energia, si è attestato al 2,5%, ai minimi da marzo 2021. Per il dato di febbraio, atteso mercoledì, il consensus punta a una sostanziale stabilità, con l’inflazione headline intorno al 2,5-2,6% annuo e la componente core in area 2,5%.
Sul fronte PCE, il quadro è più preoccupante. A dicembre 2025, l’indice core è salito dal 2,8 al 2,9% annuo e per il dato di gennaio, atteso venerdì, il mercato si aspetta un parziale raffreddamento. Si tratta di due indici profondamente differenti: il CPI misura la variazione dei prezzi di un paniere fisso di beni e servizi acquistati dalle famiglie mentre il PCE ha un perimetro più ampio: include i beni e servizi acquistati dalle famiglie e aggiorna dinamicamente i pesi del paniere in base alle effettive abitudini di consumo.
Questo permette al PCE di catturare meglio le sostituzioni che i consumatori operano quando i prezzi cambiano. È proprio per questa maggiore rappresentatività che la Federal Reserve ha adottato il PCE come bussola ufficiale della politica monetaria.
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