La settimana borsistica è iniziata ad alta tensione, con i futures a Wall Street che preannunciano forti perdite dopo il calo del 2% registrato la scorsa settimana dall'indice S&P 500. Secondo i dati raccolti dall'unità di prime brokerage di Goldman Sachs, nella settimana al 6 marzo le posizioni short negli ETF azionari detenute dagli hedge fund sono aumentate dell'8,3%. Negli ultimi cinque anni è capitato solo una volta che gli hedge fund abbiano aumentato le posizioni ribassiste con questo ritmo, segnala la banca americana.
Ad alimentare il sentiment negativo degli investitori è ovviamente la guerra in Iran, che ogni giorno sembra trascinarsi verso una deriva pericolosa. Le quattro o cinque settimane previste dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbero non bastare, soprattutto perché le tensioni geopolitiche non tendono a diminuire. Secondo alcuni esperti, l'Iran avrebbe preparato la propria strategia di guerra da molto tempo e starebbe aspettando di sfiancare la contraerea nemica per lanciare una controffensiva più profonda ed efficace.
Nel frattempo è stato nominato guida suprema dell'Iran Mojtaba Khamenei, figlio dell'ayatollah ucciso Ali Khamenei, e questo complica ulteriormente la situazione. Legato ai Pasdaran, Mojtaba viene considerato un estremista della religione islamica, almeno al pari del padre defunto. Questo significa che al vertice della Repubblica Islamica non è cambiato nulla e che il tentativo occidentale di guidare l'Iran verso una democrazia con la decapitazione di Ali Khamenei potrebbe rivelarsi vano.
Intanto lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio e del gas a livello mondiale, è bloccato. Il greggio è schizzato alle stelle in questo inizio di settimana, con il Brent che ha raggiunto la soglia di 120 dollari al barile prima di ritracciare in seguito alle voci secondo cui oggi i ministri delle Finanze del G7 discuteranno un possibile rilascio congiunto di petrolio dalle riserve, coordinato con l'International Energy Agency. La paura ora è quella di una violenta crisi energetica che porti alla stagflazione, il peggiore degli scenari economici, che potrebbe scatenare forti vendite a Wall Street.
Wall Street: quanto è ipotizzabile un crollo?
Se l'escalation della guerra non dovesse arrestarsi, il rischio di un forte ribasso delle azioni americane è molto elevato. Secondo il grande investitore Ed Yardeni, fondatore di Yardeni Research, ora esiste una probabilità di svendita del 35%, rispetto al 20% precedentemente previsto. Al contrario, la probabilità di un rally guidato dall'entusiasmo degli investitori passa dal 20% al 5%.
"L'economia e il mercato azionario degli Stati Uniti sono attualmente bloccati tra l'Iran e un luogo difficile. Anche la Fed lo è", ha scritto Yardeni in una nota. "Se lo shock petrolifero persiste, il doppio mandato della Fed rimarrà intrappolato tra il crescente rischio di inflazione più alta e l'aumento della disoccupazione".
Finora gli indici americani si sono mostrati più resilienti rispetto ad altri mercati internazionali. Secondo gli osservatori finanziari, questo è dovuto principalmente al fatto che gli Stati Uniti sono più autosufficienti dal punto di vista energetico e quindi qualsiasi crisi in tal senso colpirebbe meno l'economia a stelle e strisce. In ogni caso, Trump ha dichiarato ieri sera che la campagna militare contro l'Iran vale qualsiasi dolore nel breve termine e che il petrolio sopra i 100 dollari rappresenta "un piccolo prezzo da pagare".
Tenuto conto di tutto ciò, Yardeni ha aumentato il suo pessimismo sulle azioni USA, che peraltro vivono una fase delicata con le grandi aziende tecnologiche colpite dalla disruption dell'intelligenza artificiale. A dicembre lo strategist aveva raccomandato di sottopesare le Magnifiche Sette rispetto al resto dell'indice S&P 500 Index. Le sue previsioni si sono rivelate corrette.