I rendimenti dei titoli di Stato USA sono leggermente in calo nella seduta odierna, dopo aver raggiunto all’inizio della settimana il livello più alto da febbraio 2025 per le scadenze decennali. La contrazione più marcata, oggi, si registra sulle scadenze a 2 anni - più sensibile alle aspettative sui tassi di interesse della Federal Reserve - e a 3 anni. Meno consistente è invece la diminuzione del rendimento dei Treasury a 10 anni, considerato il principale benchmark per il costo del debito pubblico americano.
Quanto alla scadenza trentennale, più dipendente dai rischi politici, il rendimento è addirittura leggermente in rialzo. Questo aspetto è importante perché riflette quanto la situazione legata alla guerra in Iran resti critica. Tra Washington e Teheran non è stato raggiunto alcun accordo e le parti continuano a respingere le reciproche proposte senza trovare un punto di convergenza.
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è detto pronto a riprendere i bombardamenti se le autorità iraniane non cederanno, mentre i prezzi del petrolio alle stelle minacciano di aggravare la crisi energetica in corso. La logica conseguenza è un aumento delle aspettative inflazionistiche, che potrebbe spingere la Fed ad alzare i tassi di interesse, penalizzando i prezzi delle obbligazioni e facendo quindi salire i rendimenti.
Titoli di Stato USA: gestori di fondi pessimisti
Un segnale negativo per il mercato arriva da un sondaggio realizzato da Bank of America e pubblicato oggi, secondo cui il 62% dei gestori di fondi globali si aspetta che il rendimento dei titoli di Stato USA a 30 anni raggiunga il 6%. Si tratterebbe di un livello superiore di quasi 90 punti base rispetto a quello attuale e, soprattutto, del rendimento più elevato degli ultimi 27 anni. Del campione interpellato dalla banca statunitense, appena un quinto degli intervistati ritiene invece che il rendimento possa tornare al 4%.
Il pessimismo generale può essere spiegato dalle aspettative di inflazione legate all’aumento dei costi energetici, oltre che dalle preoccupazioni relative al deficit pubblico, ha dichiarato a CNBC Mohit Kumar, capo economista e strategist di Jefferies. “Anche se dovessimo ottenere un accordo in Medio Oriente, il petrolio non tornerà ai livelli precedenti alla guerra. Pensiamo che tra sei mesi sarà più alto del 25-30%”, ha detto. Quanto al deficit pubblico, il governo “fornirà sussidi alle famiglie per il carburante, il che significa maggiore indebitamento e quindi ulteriori pressioni sulla parte lunga della curva dei rendimenti”, ha spiegato Kumar.
Gli investitori, inoltre, stanno iniziando a prendere in considerazione la possibilità che la Fed mantenga i tassi invariati più a lungo o addirittura li aumenti ulteriormente se l’inflazione dovesse restare elevata. L’aspettativa di un rialzo dei tassi di interesse, tuttavia, “non è giustificata”, ha affermato Kumar. Questo perché “l’inflazione probabilmente aumenterà tanto quanto la crescita economica rallenterà”. Di conseguenza, la Fed presterà molta attenzione al fatto che una politica monetaria troppo restrittiva non finisca per danneggiare ulteriormente l’economia americana.
Padhraic Garvey, responsabile globale della strategia su tassi e debito di ING, ha invece avvertito che anche un piccolo aumento delle aspettative di inflazione, verso il 2,6% o il 2,7%, potrebbe spingere sensibilmente più in alto i rendimenti. “È così che si ottengono facilmente altri 10, 20 o 30 punti base di rialzo nei rendimenti”, ha detto.
Gli investitori non comprano più?
Per mesi, molti investitori hanno considerato il rendimento del Treasury decennale al 4,5% come un livello chiave per tornare a comprare obbligazioni. Tuttavia, una volta superata quella soglia, gli operatori hanno iniziato a rivedere le proprie aspettative sul punto in cui gli acquirenti potrebbero rientrare. Ciò significa che il livello considerato interessante per una nuova ondata di acquisti si è alzato?
“La domanda per il futuro è: gli investitori compreranno davvero a questi livelli? Perché credo che questa fase di vendite continuerà”, ha dichiarato Garvey. “Probabilmente ci stiamo dirigendo verso il 4,75% nel prossimo movimento”.
Secondo Guneet Dhingra, responsabile della strategia sui tassi USA di BNP Paribas, il mercato ha perso un chiaro punto di riferimento superiore. Di conseguenza, alcuni livelli non funzionano più da barriera psicologica come accadeva in passato e i rendimenti possono muoversi più liberamente. “Ora che non abbiamo più un’ancora, cosa impedisce ai rendimenti obbligazionari di continuare a salire in un mondo caratterizzato da alta inflazione, deficit in costante aumento e pressione globale sui rendimenti?”, si è chiesto l’esperto.