Andrea Pignataro, attualmente la persona più ricca d’Italia con un patrimonio stimato tra i 21 miliardi di dollari secondo Bloomberg e circa 42 miliardi secondo Forbes, ha recentemente pubblicato un report su ION Analytics, il portale del gruppo finanziario da lui fondato, dal titolo The Wrong Apocalypse.
Il documento si concentra sull’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro, con particolare attenzione ai colletti bianchi, ossia gli impiegati e professionisti che rischiano di diventare superflui in questa fase di automazione avanzata. Vediamo i punti salienti.
Il warning di Pignataro: “Insegniamo all’AI a renderci inutili”
Nel report, Pignataro sostiene che molte applicazioni dell’AI, oggi considerate strumenti di supporto, possono nel tempo ridurre drasticamente la necessità del lavoro umano.
L’esempio citato riguarda le società di consulenza: utilizzando piattaforme come Claude per analisi e report, le aziende non ottengono solo un vantaggio di produttività, ma insegnano al sistema come funziona il loro business. Ogni interazione contribuisce a rendere l’AI più autonoma e, di conseguenza, le aziende più dipendenti dalla tecnologia rischiano di diventare obsolete.
Pignataro sottolinea, però, che questa dinamica non è inevitabile. Le imprese possono proteggersi utilizzando modelli open-source addestrati sui propri dati, implementati internamente e sotto piena governance aziendale.
Intelligenza artificiale: le quattro fasi dell’impatto sul lavoro
Secondo il magnate italiano, il processo con cui l’intelligenza artificiale potrebbe “sgretolare” il lavoro si sviluppa in quattro fasi:
- Fase 1: l’AI inizia a svolgere autonomamente compiti di routine, sostituendo attività semplici nelle aziende di consulenza e riducendo le entrate da servizi elementari. Alcune società si spostano su segmenti premium, altre chiudono.
- Fase 2: le piattaforme diventano capaci anche di assistere in compiti complessi. Il lavoro umano resta presente, ma serve meno personale per completare le stesse attività.
- Fase 3: il mercato della consulenza subisce un ridimensionamento: diminuiscono gli investimenti, le valutazioni di Borsa calano e si crea un effetto a catena sull’intero settore.
- Fase 4: la perdita di posti di lavoro impatta direttamente le comunità: città come Londra vedono calare la popolazione e svalutarsi gli immobili, mentre le iscrizioni universitarie a corsi economici e giuridici diminuiscono, generando un effetto negativo sull’intero ecosistema.
Secondo Pignataro, l’adozione dell’AI è rallentata da frizioni istituzionali, normative e culturali, ma il rischio sistemico rimane. La digitalizzazione potrebbe ridurre il lavoro cognitivo e colpire comunità, mercati e conoscenze consolidate.
La disruption digitale avanza più rapidamente dell’automazione fisica e regolamenti come GDPR e AI Act ne moderano solo la velocità. Il futuro quindi dipenderà dalle decisioni delle aziende su come addestrare e controllare le piattaforme AI, trasformando profondamente il rapporto tra lavoro e valore economico.
L’impatto sull’occupazione si concretizza, mentre gli investimenti si spostano verso l’AI
I timori sull’impatto occupazionale dell’AI si stanno concretizzando: secondo Goldman Sachs, l’adozione accelerata della tecnologia potrebbe aumentare la disoccupazione negli USA nel 2026. Lo scorso anno, l’AI avrebbe già provocato tra 5.000 e 10.000 perdite nette di posti di lavoro al mese nei settori più esposti, rappresentando circa il 7% dei licenziamenti totali previsti a gennaio.
Tra le aziende colpite, Amazon ha tagliato 16.000 posti di lavoro a gennaio, HP tra 4.000 e 6.000 entro il 2028, e Block oltre 4.000. Altri casi includono Mizuho, Dow, SEB, Wisetech, Allianz, Proximus, Meta Reality Labs, Autodesk, Nike, Telstra, Pinterest e MercadoLibre.
Le ristrutturazioni sono incentrate sull’efficienza e sull’adozione di sistemi di intelligenza artificiale, spesso accompagnate da razionalizzazione dei processi e spostamento degli investimenti verso nuovi strumenti tecnologici.