Il tema più ricorrente di questo periodo è quanto l’economia globale sia esposta alle conseguenze della guerra USA-Iran. La situazione non mostra segnali di miglioramento e, anzi, il sentiment generale è che il conflitto possa protrarsi per un periodo molto più lungo rispetto alle quattro o cinque settimane pronosticate dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.
La paura principale è che il mondo si trovi ancora una volta ad affrontare il fenomeno più temuto: la stagflazione. Si tratta di una situazione in cui coesistono alta inflazione e stagnazione economica o addirittura recessione. In questi casi, per la politica monetaria e fiscale diventa estremamente difficile individuare soluzioni in grado di contenere il carovita senza peggiorare ulteriormente la crescita economica.
Questo rischio si fa sempre più concreto con l'allungarsi della guerra tra Stati Uniti e Iran, poiché la chiusura dello Stretto di Hormuz, decisa da Teheran, attraverso il rincaro del prezzo del petrolio potrebbe generare una grave crisi energetica e inflazionistica, colpendo duramente l’economia globale.
Guerra USA-Iran: ecco i Paesi più a rischio
Ma quali sono i Paesi che pagherebbero il prezzo più alto in caso di escalation in Medio Oriente? Di seguito, quelli più esposti.
Unione Europea
L’Unione europea rischia di rivivere uno scenario simile a quello del 2022, quando l’invasione russa dell'Ucraina e le sanzioni occidentali a Mosca innescarono una crisi energetica, aggravata dalle ritorsioni russe con il taglio delle forniture di gas e petrolio.
L’economia della Germania sarebbe tra le più vulnerabili, poiché la sua forte industria manifatturiera dipende in larga misura dall’energia. L’aumento dei costi energetici metterebbe sotto pressione i profitti aziendali, costringendo molte imprese a ridurre la produzione. Inoltre, una crisi globale avrebbe effetti indiretti negativi, dato che la Germania è uno dei principali esportatori mondiali.
Anche l’Italia risentirebbe pesantemente della situazione, sia per l’importanza del settore manifatturiero sia per l’elevata dipendenza da petrolio e gas come fonti di approvvigionamento energetico.
Regno Unito
Il Regno Unito è fortemente dipendente dal gas per la produzione di elettricità e l’aumento dei prezzi potrebbe avere un impatto significativo. La Bank of England potrebbe essere costretta ad aumentare i tassi di interesse. Ciò rischierebbe di avere effetti devastanti sull’economia, in un contesto già caratterizzato da un aumento della disoccupazione e da vincoli di bilancio che limitano gli interventi pubblici a sostegno di famiglie e imprese.
Giappone
Il Giappone sarebbe particolarmente esposto: circa il 95% del petrolio consumato dal Paese proviene dal Medio Oriente e il 90% transita attraverso lo Stretto di Hormuz. Se la rotta non venisse riaperta rapidamente, il Sol Levante potrebbe affrontare un forte aumento dell’inflazione dopo che per decenni ha dovuto fare i conti con la deflazione. La situazione è ulteriormente aggravata dalla debolezza dello yen.
India
L’India importa circa il 90% del petrolio e quasi il 50% del gas naturale liquefatto, gran parte dei quali passa proprio attraverso lo Stretto di Hormuz. Nel frattempo, la rupia ha raggiunto minimi storici. Il Paese rischia quindi una crisi inflazionistica significativa. Gli economisti stanno già rivedendo al ribasso le stime di crescita dell’economia indiana, che negli ultimi anni è stata considerata un modello virtuoso.
Turchia
La Banca centrale turca è stata costretta a interrompere il ciclo di taglio dei tassi di interesse per la seconda volta in un anno, nel tentativo di sostenere la valuta. Il rischio che la lira si indebolisca ulteriormente con la continuazione della guerra è elevato, il che farebbe impennare nuovamente l’inflazione a livelli insostenibili. Inoltre, la Turchia potrebbe trovarsi ad affrontare anche un problema politico, poiché, condividendo il confine con l’Iran, potrebbe dover accogliere un numero significativo di rifugiati.