Gli investitori si preparano a un appuntamento chiave per valutare la traiettoria della politica monetaria statunitense: oggi, giovedì 25 giugno 2026, verrà pubblicato il dato sull’indice dei prezzi delle spese per consumi personali (PCE) di maggio, l’indicatore di inflazione maggiormente seguito dalla Federal Reserve (Market mover 22-26 giugno 2026: focus su PMI e inflazione PCE USA).
Il dato arriva in una fase delicata per i mercati, con gli operatori che stanno ricalibrando le aspettative sui tassi dopo i recenti segnali più restrittivi arrivati dalla Banca centrale USA. Un’inflazione ancora elevata potrebbe rafforzare lo scenario di nuovi rialzi dei tassi nel corso del 2026, mentre un rallentamento delle pressioni sui prezzi potrebbe offrire maggiore spazio a una politica monetaria meno aggressiva.
Dati PCE USA 25 giugno 2026: attese per un’inflazione ancora elevata
Secondo le stime degli economisti, il PCE headline dovrebbe mostrare a maggio un aumento dello 0,5% su base mensile, dopo il +0,4% registrato ad aprile. Su base annua, l’indice è atteso in crescita del 4%, dal 3,8% di aprile, ben al di sopra dell’obiettivo del 2% della Fed.
Anche il dato core, che esclude le componenti più volatili legate a energia e alimentari, dovrebbe confermare una certa rigidità delle pressioni inflazionistiche: le attese indicano un incremento mensile dello 0,3% e una crescita annua del 3,4%.
Il mercato guarderà in particolare alla componente dei servizi, considerata uno degli elementi più persistenti dell’inflazione. Il rallentamento della crescita salariale rappresenta un elemento favorevole, ma alcune categorie continuano a mostrare aumenti dei prezzi superiori alla media.
Inflazione USA: energia e dazi tra i principali fattori di pressione
L’aumento dei prezzi energetici ha contribuito alla recente accelerazione dell’inflazione. Il petrolio ha infatti risentito delle tensioni geopolitiche e delle incertezze legate ai negoziati tra Stati Uniti e Iran, con gli operatori che hanno monitorato attentamente gli sviluppi sullo Stretto di Hormuz.
Tuttavia, alcuni economisti ritengono che l’impatto potrebbe essere temporaneo. Un eventuale calo dei prezzi energetici e un progressivo assorbimento degli effetti dei dazi potrebbero contribuire a una moderazione dell’inflazione nei prossimi mesi. Secondo diversi analisti, maggio potrebbe rappresentare il picco dell’inflazione per il 2026, con una successiva fase di rallentamento attesa nella seconda metà dell’anno.
Mercati in attesa delle prossime mosse della Fed
I dati del PCE saranno osservati con particolare attenzione, dopo che la Federal Reserve ha recentemente adottato un tono più prudente sul fronte dei tassi. Gli investitori cercheranno indicazioni sul fatto che l’attuale livello dei prezzi sia compatibile con un ulteriore irrigidimento della politica monetaria.
Un dato superiore alle attese potrebbe spingere verso l’alto i rendimenti dei Treasury e rafforzare il dollaro, aumentando la pressione soprattutto sui titoli growth e tech, più sensibili al costo del denaro. Al contrario, un’inflazione più debole del previsto potrebbe sostenere gli asset rischiosi, alimentando le aspettative di una Fed più accomodante e favorendo soprattutto i comparti caratterizzati da valutazioni elevate.
Fed e inflazione: il nodo resta il percorso dei tassi
Nonostante le attese di un rallentamento dell’inflazione nei prossimi mesi, alcuni operatori stanno iniziando a considerare possibile almeno un rialzo dei tassi nel corso del 2026. La traiettoria futura dipenderà però dai prossimi dati macroeconomici, con la Fed guidata dal presidente Warsh intenzionata a mantenere un approccio riunione per riunione.