Per Kevin Warsh la settimana della verità comincia con una certezza che fino a pochi giorni fa era soltanto un'ipotesi: Wall Street si aspetta che la Federal Reserve alzi i tassi nella riunione di mercoledì.
La probabilità implicita nei futures sui Fed Funds è balzata intorno all'85% dopo il dato sull'inflazione americana di venerdì, dal 72% registrato alla fine della seduta precedente. Una settimana fa il mercato era ancora sostanzialmente diviso; alla vigilia della riunione Fed del 15 e 16 settembre, invece, una stretta da 25 punti base è ormai diventata lo scenario centrale.
A spostare definitivamente l'ago della bilancia sono stati due giorni di dati sui prezzi. Giovedì il Producer Price Index aveva mostrato un aumento dello 0,4% ad agosto e del 5,4% rispetto a un anno prima. Un numero che, insieme alla nuova fiammata dell'energia, aveva già portato gli investitori ad aumentare le scommesse su un intervento della Fed.
Venerdì è arrivata la conferma dal CPI. I prezzi al consumo sono saliti dello 0,4% sul mese, mentre l'inflazione annuale è rimasta al 3,4%. Il dato più scomodo per la Banca centrale è però quello depurato da alimentari ed energia: il core CPI è cresciuto dello 0,3% mensile, contro lo 0,2% atteso, pur rallentando al 2,4% su base annua. Il risultato è un'inflazione che non sta esplodendo, ma che continua a procedere troppo lentamente verso il 2% desiderato dalla Fed.
Il petrolio rende il quadro ancora meno confortevole. Con il Brent e WTI sopra i 100 dollari per effetto delle tensioni in Medio Oriente, il rischio per la Fed non è soltanto l'impatto diretto della benzina sul CPI. È la possibilità che il rincaro dell'energia cominci a trasferirsi sui prezzi degli altri beni, sui servizi e, soprattutto, sulle aspettative di inflazione.
Riunione Fed: per Wall Street ci sono poche vie d'uscita
Per Kathy Bostjancic, Chief economist di Nationwide, il deterioramento sul fronte energetico e il rischio di effetti di secondo livello giustificano ormai un rialzo di 25 punti base già questa settimana. Seema Shah, Chief global strategist di Principal Asset Management, è ancora più netta: il CPI, insieme al petrolio e alle tensioni geopolitiche, rende la stretta di settembre estremamente probabile e potrebbe aprire la strada a più di un intervento. Si tratta di una questione di credibilità.
Meghan Swiber, senior US rates strategist di Bank of America, osserva che arrivare alla riunione Fed con probabilità di rialzo largamente superiori al 50% e poi lasciare i tassi invariati rischierebbe di provocare una reazione violenta sul tratto lungo della curva Treasury. Il mercato, in altre parole, potrebbe interpretare l'inazione come il segnale che la Fed non è disposta a fare quanto necessario per riportare l'inflazione sotto controllo.
È lo stesso problema evidenziato da Rich Privorotsky di Goldman Sachs. Prima del CPI aveva individuato intorno allo 0,25% mensile sul core la soglia capace di separare un nulla di fatto da un rialzo. Il dato effettivo è risultato superiore. Per Privorotsky, una Fed troppo prudente rischierebbe ora di perdere il controllo della parte lunga della curva, proprio mentre il rendimento del Treasury decennale sta flirtando con il 5%.
Anche Chris Zaccherelli, Chief investment officer di Northlight Asset Management, ritiene difficile spiegare una pausa dopo gli ultimi numeri. Non è impossibile che la Fed resti ferma, sostiene, ma sarebbe sempre più complicato giustificarlo di fronte a un'inflazione ancora lontana dall'obiettivo.
Il problema politico si chiama Donald Trump
Per Warsh, tuttavia, mercoledì non sarà soltanto una decisione di politica monetaria. Il presidente della Fed è stato scelto da Donald Trump, nominato a marzo e insediato a maggio dopo la conferma del Senato. Trump lo aveva individuato anche nella speranza di trovare alla guida della Banca centrale qualcuno meno incline a mantenere elevato il costo del denaro. Warsh, però, ha progressivamente assunto toni più duri sull'inflazione, fino a spiegare a Jackson Hole che, senza un ritorno dei prezzi verso il 2% sufficientemente chiaro e rapido, la Fed avrebbe ancora del lavoro da fare.
Da allora la distanza con la Casa Bianca è diventata più evidente. Dopo il forte rapporto sul mercato del lavoro di agosto, Trump ha nuovamente chiesto tassi più bassi e ha minacciato di interrompere gli scambi commerciali con i Paesi con cui gli Stati Uniti registrano un deficit se la Fed non dovesse ridurre il costo del denaro.
È precisamente il tipo di situazione che Warsh avrebbe preferito evitare all'inizio del suo mandato. Alzare i tassi significherebbe affrontare frontalmente il presidente che lo ha scelto. Non farlo significherebbe esporsi all'accusa, ben più dannosa per un banchiere centrale, di aver lasciato entrare la politica nella sala riunioni del FOMC.
Il paradosso è che proprio Trump potrebbe aver reso più difficile per Warsh restare fermo. Più la Casa Bianca chiede pubblicamente denaro meno caro, più una pausa rischia di essere interpretata dai mercati come una concessione politica. Mercoledì la Fed potrebbe quindi non limitarsi ad alzare i tassi dal 3,50-3,75% al 3,75-4%. Potrebbe dover alzare anche una barriera molto più importante: quella che separa la politica monetaria dalla politica americana.
Per Warsh la riunione Fed che terminerà mercoledì sera sarà il primo vero test. Non per capire quanto sia disposto a combattere l'inflazione, ma quanto sia disposto a farlo quando il prezzo da pagare è dire di no all'uomo che lo ha portato alla Federal Reserve.