Wall Street potrebbe andare incontro a un problema molto serio nelle prossime settimane: il crescente costo del finanziamento. Per gli operatori della Borsa americana, prendere a prestito denaro per speculare sulle azioni sta diventando sempre più oneroso.
Secondo i dati istituzionali, i primary dealer - ossia le banche che operano direttamente con la Federal Reserve e facilitano il funzionamento dei mercati finanziari - detengono un'esposizione record nei pronti contro termine azionari (equity repo), superiore a 220 miliardi di dollari. I repo sono accordi attraverso i quali i trader prendono in prestito denaro dalle banche per periodi anche molto brevi, spesso di un solo giorno, offrendo titoli in garanzia e riacquistandoli alla scadenza del prestito.
Allo stesso tempo, alcuni indicatori di mercato che misurano il differenziale tra i tassi impliciti di finanziamento dei future total return sull'S&P 500 e tassi di riferimento come il SOFR (Secured Overnight Financing Rate) mostrano costi ai massimi storici da quando sono disponibili i dati, alla fine del 2020 (fonte: Morgan Stanley).
Wall Street: perché prendere a prestito è diventato più costoso
Sono diverse le ragioni per cui il costo del finanziamento degli acquisti azionari a Wall Street è aumentato negli ultimi tempi. Innanzitutto, si è registrato un enorme afflusso verso gli ETF a leva domiciliati negli Stati Uniti, con gli asset raddoppiati in pochi mesi fino a circa 200 miliardi di dollari. A trainare i flussi sono stati soprattutto i prodotti legati ai semiconduttori e, più in generale, al settore tecnologico.
In secondo luogo, si è verificato un forte aumento degli acquisti di opzioni call dopo il cessate il fuoco in Iran, che ha alimentato una significativa ripresa delle attività speculative.
In terzo luogo, il rialzo delle quotazioni azionarie, con gli indici americani che hanno aggiornato costantemente i massimi storici, ha generato una continua crescita della domanda di finanziamenti per speculare sulle azioni. Secondo le stime di Barclays, in un mercato del finanziamento azionario da circa 10.000 miliardi di dollari, un aumento del 10% delle quotazioni può generare una domanda aggiuntiva di finanziamenti pari a circa 1.000 miliardi di dollari, traducendosi in ulteriori 150-200 miliardi di dollari di attività ponderate per il rischio nei bilanci bancari.
In buona sostanza, tutti questi fattori hanno determinato una domanda molto elevata di finanziamenti, mettendo sotto pressione i fornitori di liquidità che, giocoforza, hanno aumentato il costo del denaro prestato.
Ma è davvero uno svantaggio?
Il problema dell'aumento dei costi di finanziamento è che, se le quotazioni azionarie dovessero arretrare, molti operatori che hanno fatto ricorso alla leva finanziaria rischierebbero di trovarsi in difficoltà, con possibili ripercussioni anche sulle istituzioni creditizie che hanno concesso i prestiti. In particolare, verrebbero penalizzate le strategie che dipendono fortemente da finanziamenti a basso costo, poiché l'incremento degli oneri finanziari potrebbe costringere alcuni investitori a leva a ridurre la propria esposizione.
"Il finanziamento azionario è il canarino nella miniera per un cambiamento nella percezione degli investitori riguardo alle condizioni finanziarie", ha dichiarato Martin Tobias, strategist di Morgan Stanley. "Il rischio è che l'aumento dei costi renda troppo onerose alcune operazioni effettuate con capitale preso a prestito, riducendo ulteriormente la liquidità del mercato".
Tuttavia, questo fenomeno dei costi di finanziamento elevati non rappresenta necessariamente un segnale negativo. Anzi, secondo Stefano Pascale, responsabile della strategia sui derivati azionari statunitensi di Barclays, riflette soprattutto la crescente domanda di partecipazione al mercato, rappresentando quindi un segnale di fiducia più che una fonte di preoccupazione. "Un aumento del costo del finanziamento coincide spesso con periodi di euforia", ha spiegato. "Di per sé, non costituisce un problema per il mercato".