Wall Street si appresta a chiudere il mese di marzo in deciso ribasso, sebbene le azioni americane abbiano mostrato una maggiore resilienza rispetto a quelle di altre Borse. Da quando è cominciato il conflitto tra Stati Uniti e Iran, alla fine di febbraio, l’indice S&P 500 è arretrato di oltre 7 punti percentuali e gli investitori si chiedono se la fine della correzione sia vicina.
Tutti sembrano concordi nel sostenere che se prima non verrà dichiarata la fine delle ostilità in Medio Oriente, non si potrà parlare di rialzi. Non tanto per la guerra in sé, quanto per gli effetti disastrosi sull’economia globale, primo fra tutti la chiusura dello Stretto di Hormuz.
I mercati attendono una de-escalation, ma non si intravede ancora la luce in fondo al tunnel. L’Iran cerca di rinegoziare i 15 punti imposti dagli Stati Uniti nell’ultimatum in scadenza il 6 aprile, che prevedono, tra l’altro, la rinuncia di Teheran alla bomba atomica e all’arricchimento dell’uranio per scopi civili. Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che gran parte delle condizioni è stata accettata, mentre nel frattempo si starebbe attuando un cambio di regime.
Tuttavia, non vi sono certezze su come evolverà la situazione e il conflitto è ormai entrato nella sua quinta settimana. Wall Street risente delle tensioni e molti investitori stanno vendendo azioni per rifugiarsi in asset rifugio, come il dollaro USA e i fondi monetari.
Wall Street: correzione alla fase finale?
A mostrarsi moderatamente ottimisti sull’andamento della Borsa americana nei prossimi mesi sono gli strategist di Morgan Stanley, secondo cui la correzione dell’S&P 500 si sta avvicinando alla sua fase finale. Il team guidato da Michael Wilson ha scritto in una nota odierna che le "precedenti paure di crescita non erano accompagnate da una recessione o da un aumento dei tassi".
A loro avviso, la crescita degli utili aziendali aiuterà a proteggere dall’eventuale recessione generata dallo shock petrolifero. Inoltre, "la probabilità di una ripresa del traffico nello Stretto di Hormuz è molto più alta della probabilità di recessione", hanno sottolineato.
Alla luce di questo, Morgan Stanley ha mantenuto una preferenza per le azioni statunitensi rispetto a quelle di altre regioni. La banca osserva come i flussi di capitale verso i titoli USA abbiano superato quelli diretti verso il resto del mondo dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti e Iran. Attualmente, gli investitori "considerano gli asset statunitensi come un mercato più difensivo".
Tuttavia, gli strategist individuano un rischio nel breve termine per le azioni americane: l’aumento dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve, in un contesto in cui la sensibilità dei mercati azionari ai tassi è vicina ai livelli più elevati degli ultimi anni.
"Che il movimento dei rendimenti obbligazionari sia guidato da considerazioni sull’inflazione, da una Fed più aggressiva o da fattori legati al deficit pubblico derivanti dalla guerra, o da una combinazione di questi elementi, riteniamo che rappresenti una variabile di rischio importante da considerare”, hanno concluso gli strategist.