È stata una settimana all’insegna dei record per le Borse internazionali, con gli indici che a ogni latitudine hanno aggiornato i massimi storici. E se per Wall Street non è una novità, in Italia da segnalare l’approdo ai 50mila punti del FTSE Mib. Era dal 2000, quando il paniere di riferimento di Piazza Affari era ancora composto da 30 sottostanti, che il basket non toccava tali valori.
A trainare l’ottimismo degli investitori il flusso di notizie proveniente dal Medio Oriente. Un cessate il fuoco duraturo appare nell’aria, con un accordo di principio che sarebbe stato raggiunto tra USA e Iran. La fine delle ostilità e la conseguente riapertura dello Stretto di Hormuz ha inevitabilmente affossato le quotazioni del greggio, tornato sotto gli 88 dollari al barile.
Un movimento che favorisce un nuovo re-pricing delle prospettive di politica monetaria, nonostante la tendenza rialzista dell’inflazione che sta emergendo sia in Europa che in America. E se il calo del greggio fa sperare in un raffreddamento dei prezzi nei prossimi mesi, questo si traduce tanto in un incremento della visibilità degli utili delle aziende quanto in un’ulteriore spinta per i titoli del comparto AI.
Il paradosso di Fed e BCE
Nell’economia, i paradossi non sono rarità. Ma quello che si sta consumando tra Washington e Francoforte ha pochi precedenti: le due maggiori Banche centrali del mondo sembrano orientate a fare ciascuna l’opposto di ciò che i propri numeri suggerirebbero. Ad aprile l’inflazione nell’Eurozona si è attestata al 3%, contro il 3,8% degli Stati Uniti. Le previsioni di Bloomberg per il 2026 confermano il divario: 2,9% in Europa, 3,5% Oltreoceano.
Sul fronte della crescita, lo scenario si ribalta: il PIL americano è atteso al +2,1% nel 2026, quello dell’Eurozona a un anemico +0,8%. Eppure è la BCE - con inflazione più bassa e crescita più fragile - a prepararsi a muoversi con più determinazione. I mercati prezzano un rialzo di almeno 50 punti base entro fine anno, con una prima mossa a giugno considerata ormai quasi certa. Il paradosso ha spiegazioni concrete.
Primo: i tassi di partenza. La Fed è già al 3,5-3,75%, la Bce al 2%: Francoforte ha più margine per stringere. Secondo: il mandato. La Fed deve bilanciare inflazione e occupazione; la Bce ha un unico obiettivo: l’impronta culturale tedesca tratta l’inflazione come una minaccia esistenziale. Terzo: la politica. Trump preme per tagli, complicando la lettura indipendente della Fed.
A Francoforte i falchi sono in vantaggio ed un rialzo “assicurativo” da 25 punti base a giugno appare lo scenario base: un segnale di determinazione, più che una mossa capace di incidere davvero sui prezzi.
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