I mercati questa settimana hanno festeggiato. Donald Trump ha dichiarato che un accordo con l'Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz è "largamente negoziato" e sarà annunciato "presto". Il Brent è sceso dai massimi di 126 dollari al barile di aprile fino a circa 98 dollari, mentre il WTI ha perso oltre il 5% in una sola seduta. Gli indici americani hanno tenuto bene, con l'S&P 500 stabile intorno ai 7.470 punti.
Ma gli analisti di Capital Economics, guidati dallo strategist Thomas Mathews, mettono in guardia: anche se l'accordo si chiude davvero, il grande rally potrebbe essere molto più contenuto di quanto ci si aspetti. Le ragioni sono tre, ognuna più scomoda dell'altra.
Riapertura Hormuz in vista: prima di tutto, un po' di contesto
Lo Stretto di Hormuz è un corridoio di mare largo meno di 40 chilometri tra Iran e Oman. Sembra poco, ma attraverso quel corridoio transita circa il 20% di tutto il petrolio mondiale. È, in pratica, la valvola del pianeta.
Il 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un'operazione militare contro l'Iran, Teheran ha risposto bloccando lo Stretto: attacchi alle navi mercantili, mine marine, interdizione al traffico. Il Brent è balzato da circa 72 dollari al barile, il prezzo alla vigilia del conflitto, a quasi 120 dollari nel giro di poche settimane, con un rialzo del 51% nel solo mese di marzo, uno dei movimenti mensili più grandi della storia del petrolio. Il picco è stato raggiunto ad aprile, intorno ai 126 dollari.
Da allora, un cessate il fuoco fragile regge dall'8 aprile tra trattative, accuse e scaramucce. Questa settimana Trump ha dichiarato l'accordo "al 95%": 60 giorni di tregua, Iran che riapre e smina il canale, USA che allentano il blocco navale. Le questioni più spinose, come il programma nucleare e le riserve di uranio arricchito di Teheran, vengono rinviate ai negoziati successivi.
Tuttavia, l'agenzia di stampa iraniana Fars ha già definito le dichiarazioni di Trump "incomplete e non conformi alla realtà". E, dettaglio non trascurabile, le forze americane hanno condotto nuovi attacchi su territorio iraniano nelle stesse ore in cui si parlava di pace. Detto questo: supponiamo che l'accordo si chiuda davvero. Perché il mercato potrebbe non reagire come ci si aspetta?
Primo motivo: i prezzi del petrolio non tornano a 72 dollari dall'oggi al domani
Quando si riapre uno Stretto bloccato per mesi, i prezzi dell'energia non rientrano subito ai livelli pre-conflitto. Ci vuole tempo per smantellare le mine, riavviare i contratti di fornitura interrotti, ricostruire la fiducia degli armatori. Il mercato fisico del petrolio non funziona come un interruttore.
Il Brent era a 72 dollari il giorno prima della guerra. Oggi è intorno ai 98 dollari, ancora il 36% sopra ai livelli pre-conflitto. Finché l'energia rimane cara, lo shock sulle ragioni di scambio, cioè il rapporto tra quanto si paga per importare e quanto si incassa esportando, continua a pesare sulle economie che dipendono dall'energia importata: Asia, Europa e molti mercati emergenti. L'inflazione non sparisce con la firma di un accordo.
Secondo motivo: i tagli ai tassi rappresentano il passato
È qui che la storia diventa più complicata di un semplice "la guerra finisce, i mercati salgono". Durante la crisi, le Banche centrali hanno abbandonato qualsiasi intenzione di tagliare i tassi. L'inflazione americana è al 3,3% annuo, le aspettative di inflazione dei consumatori sono salite al 4,8%, il livello più alto degli ultimi anni. Kevin Warsh, il nuovo presidente della Federal Reserve dal 22 maggio, ha il suo primo FOMC il 16-17 giugno. I mercati non prezzano nessun taglio per il resto del 2026: anzi, una quota crescente di operatori inizia a scommettere su un possibile rialzo entro settembre.
Capital Economics ritiene che anche se la guerra finisse domani, i tagli restano probabilmente esclusi nell'intero 2026 per la maggior parte delle principali economie. Lo shock energetico ha già alimentato aspettative di inflazione difficili da abbassare rapidamente. Questo significa che i mercati obbligazionari difficilmente possono fare un rally significativo. E senza un calo dei tassi, le azioni tech e growth, che vivono di multipli alti e tassi bassi, continuano a scontare un rendimento del Treasury decennale vicino al 4,6%, ai livelli più alti dal 2007.
L'eccezione interessante che Capital Economics individua è lo yen giapponese. Il Giappone è uno dei maggiori importatori netti di energia al mondo: ogni volta che il petrolio sale, lo yen soffre. Il dollaro oggi vale 159 yen. Una riapertura di Hormuz sarebbe, secondo gli analisti, "probabilmente necessaria per evitare ulteriori interventi" della Banca del Giappone. Il mercato valutario giapponese è quello che avrebbe più da guadagnare da un accordo.
Terzo motivo: il mercato ha già festeggiato in anticipo
Questo è il punto più sottile, ma forse il più importante. Normalmente, una grande crisi geopolitica abbatte i mercati. Quando si risolve, i mercati rimbalzano. L'entità del rimbalzo dipende da quanto erano scesi.
Il problema questa volta è che i mercati azionari non sono mai crollati davvero. L'S&P 500 è intorno ai 7.470 punti, il Dow è sopra i 50.000. Sì, ci sono state sottoperformance settoriali e le valutazioni sono sotto i livelli pre-conflitto, ma Capital Economics osserva che questa debolezza riflette principalmente i rendimenti obbligazionari più elevati, non un collasso della fiducia degli investitori professionali. In altre parole: i gestori hanno già guardato oltre la crisi, si sono posizionati sulla risoluzione e hanno in parte consumato il potenziale di rimbalzo.
Il sentiment dei consumatori racconta una storia diversa: l'indice della University of Michigan è sceso a 44,8 a maggio, il livello più basso dal 1952, quando si è iniziato a misurarlo. Ma i mercati finanziari, com'è noto, abitano in un universo a parte rispetto alla percezione della gente comune.
Mathews conclude con una nota importante: i futuri guadagni azionari dipenderanno probabilmente più dalla crescita degli utili, soprattutto nel settore tecnologico, che da una nuova ondata di ottimismo. Su questo fronte, la stagione degli earnings del primo trimestre 2026 ha dato segnali incoraggianti: crescita degli utili S&P 500 al +28% anno su anno, con l'84% delle aziende che ha superato le stime degli analisti.
Cosa significa in pratica
Un accordo su Hormuz, se si chiuderà davvero, porterà quasi certamente un movimento positivo sui mercati. Ma sarà probabilmente un rimbalzo breve e selettivo, concentrato su energia, valute dei Paesi importatori e forse bond europei o britannici, non il segnale del via libera generale che molti investitori retail sembrano aspettarsi.
I mercati salgono o scendono sull'inatteso. E in questo momento, un accordo su Hormuz è già abbastanza atteso da essere quasi interamente scontato nei prezzi. Quello che conta davvero nei prossimi mesi, come ricorda Capital Economics, è quanto cresceranno gli utili delle aziende, soprattutto in tecnologia e intelligenza artificiale. E su quello, la geopolitica conta poco.