Nasdaq rompe la trendline: è solo l'inizio del bear market? | Investire.biz

Nasdaq rompe la trendline: è solo l'inizio del bear market?

19 ott 2026 - 10:35

Il Nasdaq-100 ha rotto la linea di tendenza nata a marzo. Dal 1986 lo stesso segnale è comparso 46 volte: ecco quante sono finite realmente in bear market

Venerdì 16 ottobre il Nasdaq ha chiuso sotto la linea di tendenza che lo sosteneva dai minimi di fine marzo, e nel fine settimana l'immagine del grafico con la linea rotta al ribasso ha fatto il giro dei social, quasi sempre accompagnata dalla stessa parola: crollo. La data di oggi aggiunge suggestione: lunedì 19 ottobre è l'anniversario del Black Monday del 1987, quando il Dow Jones perse il 22,6% in una sola seduta. Per capire se il timore ha basi statistiche abbiamo preso in esame tutte le volte in cui, negli ultimi quarant'anni, il Nasdaq-100 ha dato lo stesso segnale.

 

 

 

La settimana del Nasdaq

Venerdì il Nasdaq Composite ha perso il 2,1%, chiudendo a 26.140 punti. Nella settimana il calo è stato del 4,5%, il peggiore da giugno. L'S&P 500 ha ceduto circa il 2%, mentre il Dow Jones ha chiuso la settimana in rialzo dello 0,7%: più che una fuga dalla Borsa, una fuga dalla tecnologia.

Al centro delle vendite ci sono i semiconduttori. L'ETF iShares Semiconductor (SOXX) ha perso l'8% fino a giovedì e un altro 4% venerdì, circa il 12% nella settimana. Venerdì Micron, AMD e Intel hanno lasciato quasi il 6% ciascuna e CoreWeave il 12%. Il mercato si chiede se l'enorme spesa per l'intelligenza artificiale produrrà i ritorni attesi, e se le aziende potranno continuare a finanziarla a debito con i rendimenti dei titoli di Stato ai massimi da anni.

 

 

La linea rotta

Sul QQQ, l'ETF che replica il Nasdaq-100, la trendline parte dal minimo del 30 marzo, a 558 dollari in chiusura, e si appoggia sui minimi di fine luglio e di metà settembre. Venerdì il QQQ ha chiuso a 709,80 dollari, sotto la linea e del 6,6% sotto il massimo del 6 ottobre, 759,66. Il Nasdaq-100 è passato da 31.224 a 29.188 punti.

 

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Fonte: Trendspider

C'è però un dettaglio che spesso sfugge. Chi a luglio avesse tracciato la linea dal minimo di marzo ai minimi successivi l'avrebbe vista cedere il 24 luglio. Il mercato è sceso fino al 29 luglio, poi è ripartito e a settembre ha segnato nuovi massimi. Quel minimo è diventato il primo appoggio della linea ridisegnata: quella di venerdì, quindi, è a tutti gli effetti una seconda rottura. È il limite noto delle trendline: dipendono da chi le disegna.

 

 

Il metodo: una regola uguale per tutti

Per evitare di scegliere i casi più comodi abbiamo applicato una regola fissa ai dati giornalieri del Nasdaq-100 dal 1986 a oggi. Si parte da un grande minimo, preceduto da un calo di almeno il 10% e seguito da un rialzo di almeno il 25% entro un anno. Da lì si traccia la linea che tocca i minimi successivi e si registra la prima chiusura sotto la linea. Se poi il mercato torna sui massimi e la linea cede di nuovo, si conta una nuova rottura. Per bear market si intende la definizione classica: un calo di almeno il 20% dal massimo entro dodici mesi dalla rottura.

La regola, applicata ai dati di oggi, ritrova da sola la linea del minimo di marzo e colloca le due rotture il 24 luglio e il 16 ottobre.

 

 

46 rotture, 10 bear market

In quarant'anni le rotture sono 46 e 10 si sono trasformate in un bear market, circa una su cinque. Il dato medio però nasconde la differenza decisiva, cioè l'età del trend. Quando la linea aveva meno di dodici mesi, come oggi, le rotture sono state 31 e solo 3 sono sfociate in un calo del 20%, il 10%. Quando il trend durava da più di un anno, i bear market sono stati 7 su 15, quasi la metà.

 

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La spiegazione è intuitiva. Un rialzo che nasce da un minimo di panico è di solito ripido, e una linea ripida si rompe appena il mercato rallenta. Una linea che regge da anni, quando cede, segnala più spesso un cambiamento profondo: le rotture che hanno preceduto il 2000, il 2008 e il 2022 appartengono tutte al gruppo dei trend maturi. Anche il Black Monday: il Nasdaq-100 chiuse sotto la sua linea proprio il 19 ottobre 1987, ma quel trend durava da tredici mesi. La linea di oggi ne ha sei e mezzo.

 

 

I 16 casi più simili a oggi

Restringendo il campo alle situazioni gemelle, cioè trend nato da meno di un anno, linea già rotta una volta, ritorno sui massimi e nuova rottura, i casi diventano 16. Il calo mediano dal massimo nei dodici mesi successivi è stato dell'11,6%, con metà dei casi compresa tra l'8,7% e il 12,8%. In 15 casi su 16 il mercato, un anno dopo la rottura, era più in alto, con un guadagno mediano del 17,6%.

 

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I bear market sono stati due. Nell'agosto 1998, con la crisi russa, il Nasdaq-100 perse il 23% ma tornò sui massimi in meno di tre mesi. Il caso più istruttivo è quello del novembre 1989: dopo la rottura il mercato fece addirittura nuovi massimi nel maggio 1990, poi ad agosto l'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq fece esplodere il petrolio e l'indice arrivò a perdere il 30%.

 

 

Dal massimo o dalla rottura?

Quando si cita un calo tipico conta il punto di partenza. Al momento della rottura una parte della discesa è già avvenuta: nei 16 casi simili il mercato aveva già perso in mediana il 6,4% dal massimo, una distanza quasi identica al 6,6% di venerdì. Dalla rottura in avanti il calo mediano è stato del 5,5%.

Applicate al QQQ, le due misure portano nella stessa zona: l'11,6% in meno dal massimo di 759,66 dollari vale circa 672, il 5,5% in meno dalla chiusura di venerdì circa 671. È un'area vicina al minimo del 29 luglio, 661,73. Nella metà dei casi storici il minimo è arrivato entro quattro settimane dalla rottura. La soglia del bear market, il 20% sotto il massimo, si trova invece a circa 608 dollari. Sono riferimenti statistici, non previsioni.

 

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Quello che il grafico non vede

Nei grandi ribassi del Nasdaq la trendline si è sempre rotta, ma la causa è stata altrove: la stretta della Fed nel 2000 e nel 2022, il credito nel 2008, il petrolio nel 1990. Ed è su questo fronte che il quadro attuale merita attenzione.

A settembre la Federal Reserve ha alzato i tassi per la prima volta in tre anni e, dopo i dati sull'inflazione al consumo e alla produzione usciti sopra le attese, il mercato attribuisce a un nuovo rialzo a dicembre una probabilità tra il 74% e l'89% secondo il CME FedWatch. Le due rilevazioni, riportate da AP e da Yahoo Finance, sono state fatte in momenti diversi della giornata. Il rendimento del Treasury decennale ha chiuso la settimana al 5,09%, dopo aver superato il 5,3% a inizio mese, il livello più alto dal 2002. Il Brent ha chiuso a 109,86 dollari, contro i circa 72 di fine febbraio, prima della guerra con l'Iran, con il rischio sullo Stretto di Hormuz ancora aperto.

 

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Cosa guardare adesso

La statistica, presa da sola, non sostiene la lettura del crollo imminente: con un trend giovane come quello attuale la rottura della trendline ha portato più spesso a una correzione tra l'8% e il 13% dal massimo che a un bear market. Il caso medio, però, non tiene conto del contesto. I riferimenti da seguire nelle prossime settimane sono la tenuta dell'area tra 660 e 695 dollari sul QQQ, i segnali della Fed in vista di dicembre, il rendimento del decennale sopra il 5% e il prezzo del petrolio. Se queste variabili peggiorano, i numeri del passato perdono parte del loro valore.

 

Disclaimer: File MadMar.

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