Due titoli molto diversi condividono lo stesso destino: una caduta verticale che ha attirato l'attenzione degli investitori. Da una parte Lululemon Athletica (NASDAQ: LULU), il brand canadese dell'athleisure. Dall'altra Adobe Inc. (NASDAQ: ADBE), la software house che ha costruito Photoshop, Acrobat e l'ecosistema della creatività digitale. Guardando i loro multipli rispetto alla storia, la domanda è inevitabile: il mercato sta punendo giustamente queste due aziende, o sta esagerando?
Lululemon: i numeri di un'azienda che il mercato tratta da morta
Il titolo ha perso oltre il 70% dai massimi storici, chiudendo il 23 aprile a $141,66 - nuovo minimo annuale. Il calo del 13,3% in quella seduta non è arrivato per via dei conti, già pubblicati a marzo, ma per l'annuncio del nuovo CEO: Heidi O'Neill, ex dirigente Nike con oltre 15 anni nella linea femminile del brand di Beaverton. Il mercato ha venduto perché il nome scelto non era quello gradito all'investitore attivista Elliott Management, che detiene circa un miliardo di dollari sul titolo.
Eppure i fondamentali raccontano tutt'altro:
- P/E attuale: 10,7x contro una media storica decennale di circa 42x;
- Forward P/E: ~12,9x contro una media di settore (consumer cyclical) di 18,5x;
- Free cash flow annuo: ~$1,58 miliardi, pari a circa il 5,5% della capitalizzazione attuale;
- ROE al 34% e ROIC al 30% - numeri che molte blue chip si sognano;
- Debito quasi assente (debt/equity di 0,36).
I ricavi FY2025 si sono attestati a $11,1 miliardi (+4,86% anno su anno), con un EPS Q4 di $5,01 che ha battuto le stime. I rischi reali esistono: i dazi pesano per $220 milioni netti nel 2026 e le Americhe continuano a perdere terreno (-4% nel Q4). La Cina cresce però del 20% stimato per l'anno in corso.
Con questi numeri, il mercato sta prezzando una stagnazione permanente. Difficile giustificarla.
Adobe: quando un record storico non basta a Wall Street
Adobe ha perso circa il 65% dai massimi storici, con un minimo annuale a $224,13 toccato il 13 aprile. Il titolo quota oggi intorno ai $239. Il paradosso è emerso chiaramente il 12 marzo 2026, quando Adobe ha pubblicato i risultati del Q1 FY2026:
- Ricavi: $6,40 miliardi (+12% anno su anno), sopra le stime;
- Non-GAAP EPS: $6,06 (+19% anno su anno), sopra le stime;
- Cash flow operativo: $2,96 miliardi - record assoluto per un primo trimestre nella storia dell'azienda;
- Gross margin: ~89% - quasi $9 su ogni $10 di ricavi rimangono dopo i costi diretti.
Il titolo ha perso il 7,5% il giorno stesso. Le ragioni sono tre.
Prima: il net new Digital Media ARR (il valore delle nuove sottoscrizioni aggiunte nel trimestre) si è attestato a $400 milioni, sotto il consensus di $450-460 milioni. Un miss su una metrica forward-looking che il mercato considera cruciale per stimare il valore terminale del business.
Seconda: Shantanu Narayen, alla guida di Adobe da oltre 18 anni, ha annunciato il proprio pensionamento non appena verrà individuato il successore.
Terza: il timore diffuso che strumenti come Midjourney, Canva e i generatori di immagini AI erodano progressivamente la base utenti di Photoshop e Illustrator.
Adobe non sta però a guardare: ha investito $450 milioni solo nel Q1 per l'integrazione dell'AI nel suo ecosistema, e l'AI-first ARR ha più che triplicato anno su anno. Il P/E attuale di circa 14,5x è il 70% al di sotto della mediana storica decennale (~47x). Il target price medio degli analisti è intorno a $320-330, con ancora $3,4-3,9 miliardi di buyback autorizzati.
Il quadro comune: narrativa contro fondamentali
In entrambi i casi il mercato sta scontando uno scenario di stagnazione permanente che i bilanci attuali non supportano. Non è detto che il mercato abbia completamente torto - i rischi sono reali e vanno monitorati. Ma i multipli attuali sembrano incorporare già il peggio.
Lululemon ha brand globale riconoscibile, zero debiti significativi e un free cash flow che molte growth company si sognano. Adobe è una macchina da cash con gross margin al 90%, modello subscription puro e 850 milioni di utenti attivi mensili. Quando narrativa e fondamentali divergono così tanto, la storia dei mercati insegna che almeno una delle due deve cedere.
La domanda non è se queste aziende abbiano problemi, ce li hanno. La domanda è se quei problemi giustifichino le valutazioni attuali. E i numeri suggeriscono di no. Tu cosa ne pensi? Faccelo sapere nei commenti sotto a questo articolo!
Disclaimer: File MadMar.