Il sentiment a Wall Street è sensibilmente peggiorato rispetto a poche settimane fa. L’ultima settimana di negoziazione ha registrato una tendenza più marcata alle vendite, mentre la guerra tra Stati Uniti e Iran si è avviata verso una deriva pericolosa. La chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui transita il 20% del petrolio commerciato a livello mondiale, ha spinto le quotazioni del greggio a livelli che non si vedevano dal 2022, in seguito all’invasione russa dell'Ucraina.
Questo tiene il mondo intero con il fiato sospeso, nel timore dell’arrivo di una forte inflazione che possa mettere in difficoltà l’economia globale. Uno scenario di questa portata potrebbe avere effetti negativi sulle quotazioni azionarie e le paure diventano sempre più concrete con il protrarsi del conflitto in Medio Oriente.
In settimana, la Federal Reserve ha preferito non prendere decisioni sui tassi di interesse, in attesa di valutare gli sviluppi economici della guerra. Tuttavia, il presidente della banca centrale americana, Jerome Powell, ha adottato un tono "hawkish" nella conferenza stampa a conclusione della riunione, sottolineando come le future decisioni saranno inevitabilmente condizionate dall’andamento dell’inflazione.
Wall Street: cosa pensa davvero il mercato?
Gli investitori stanno perdendo fiducia a Wall Street, poiché cresce la preoccupazione che la guerra non sarà breve. È probabile, infatti, che duri più a lungo delle quattro o cinque settimane inizialmente previste dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. La conferma arriva dal trading desk di Goldman Sachs, secondo cui i clienti iniziano a prevedere una correzione dei mercati azionari simile a quella vista nel 2022.
"Anche se c’è ancora chi ritiene che la situazione si risolverà nelle prossime una o due settimane, sta prendendo piede una narrativa secondo cui non c’è una fine in vista", ha scritto in una nota Shawn Tuteja, trader della banca. "Abbiamo visto clienti esprimere entrambe queste visioni di un possibile calo dei mercati".
Secondo gli strategist di JP Morgan Chase, i ribassi di questa settimana sono la conseguenza del fatto che gli investitori non hanno inizialmente prezzato in modo adeguato i danni economici derivanti dall’aumento dei prezzi dell’energia e dalle tensioni causate da una prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz, nonostante precedenti storici simili - come gli shock petroliferi degli anni ’70 - abbiano portato a una recessione.
Ora si sta sviluppando una maggiore consapevolezza. "Anche se parte dell’euforia nei segmenti più rischiosi e speculativi del mercato si è attenuata, continuiamo a vedere una certa compiacenza", hanno scritto gli strategist in una nota, aggiungendo che la correlazione tra l’S&P 500 e il petrolio tende a diventare "sempre più negativa" quando i prezzi del greggio aumentano di circa il 30%.
"Prezzi del petrolio elevati e persistenti non solo riaccenderebbero le pressioni inflazionistiche, riducendo il potere d’acquisto dei consumatori, ma porterebbero anche Wall Street a rivedere al ribasso le previsioni di crescita", ha avvertito il team della più grande banca americana.