Stretto di Hormuz: ecco i Paesi più penalizzati dalla chiusura | Investire.biz

Stretto di Hormuz: ecco i Paesi più penalizzati dalla chiusura

03 mar 2026 - 15:10

03 mar 2026 - 15:14

La chiusura dello Stretto di Hormuz danneggia soprattutto alcuni Paesi. Vediamo quali sono e i motivi per cui sono maggiormente colpiti

Lo Stretto di Hormuz tiene il mondo con il fiato sospeso. Da quella foce del Golfo transita circa un quinto del petrolio e del gas a livello globale e, ogni giorno, crescono le preoccupazioni per una sua chiusura. Le acque sono per metà sotto la sovranità dell'Iran e per l’altra metà dell'Oman, e la guerra con Stati Uniti e Israele ha indotto Teheran a interrompere il passaggio.

Secondo quanto riportato dai media iraniani, un alto comandante delle Guardie Rivoluzionarie ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz è stato chiuso avvertendo che qualsiasi imbarcazione che tentasse di attraversare il canale sarebbe presa di mira.

Alcune navi che hanno provato ad attraversare il canale sono state colpite dalle forze armate iraniane in segno di ritorsione per gli attacchi aerei occidentali. Di conseguenza, il trasporto delle materie prime è rallentato, con ripercussioni che potrebbero diventare molto più gravi se lo stallo dovesse prolungarsi.

 

 

Stretto di Hormuz chiuso: cosa aspettarsi per i prezzi di petrolio e gas

Secondo la società di consulenza energetica Kpler, ogni giorno circa 13 milioni di barili di petrolio transitano attraverso lo Stretto di Hormuz, pari a circa il 31% di tutti i flussi marittimi di greggio. Le interruzioni incidono quindi pesantemente sul prezzo del petrolio che, dallo scoppio della guerra tra USA e Iran, è balzato fino a 85 dollari al barile per il Brent e a 77 dollari per il West Texas Intermediate.

Gli analisti ipotizzano che la soglia dei 100 dollari possa essere presto raggiunta se le interruzioni nello stretto dovessero proseguire. Lo stesso vale per il gas naturale liquefatto proveniente dal Golfo e spedito attraverso Hormuz. Kpler osserva che il 20% delle esportazioni globali di GNL è a rischio.

Alla Borsa di Amsterdam, il gas naturale è oggi in rialzo del 33%, in prossimità dei 60 euro per megawattora, quota che è stata superata nel corso delle contrattazioni odierne. Dall'inizio del conflitto, le quotazioni sono schizzate dell'83%, evocando i momenti più bui della crisi energetica successiva all'invasione russa dell'Ucraina, quando i prezzi arrivarono fino a 345 euro.

 

Stretto di Hormuz: quali saranno i Paesi più colpiti da una chiusura?

I Paesi importatori di gas che transita dallo Stretto di Hormuz rischiano di vivere un incubo ancora peggiore rispetto a quello attuale. Il problema non è solo il rincaro di gas e petrolio, ma anche la possibile carenza di approvvigionamento, che potrebbe incidere sul fabbisogno energetico.

I più colpiti da un'eventuale chiusura del canale sarebbero senza dubbio i Paesi asiatici, in quanto maggiormente esposti alla produzione dell'area del Golfo. Ecco una panoramica.

 

Asia meridionale

Nell'Asia meridionale, i Paesi più a rischio sono Pakistan e Bangladesh, in quanto hanno una "flessibilità limitata per lo stoccaggio e l'approvvigionamento", ha affermato Matt Smith Katayama, analista energetico di Kpler. Questo implica una probabile "rapida distruzione della domanda piuttosto che una corsa aggressiva agli acquisti" in caso di interruzione, ha aggiunto.

Secondo i dati Kpler, il 99% delle importazioni di gas naturale liquefatto del Pakistan e il 72% di quelle del Bangladesh provengono da Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Da notare che il Qatar ha interrotto la produzione dopo che droni iraniani hanno colpito le sue strutture nella Ras Laffan Industrial City e nella Mesaieed Industrial City.

Anche l'India è fortemente esposta, importando il 53% del GNL da Qatar ed Emirati Arabi Uniti e circa il 60% del petrolio dal Medio Oriente. "Più della metà delle sue importazioni di GNL è legata al Golfo e una quota significativa è indicizzata al Brent", ha osservato Katayama. "Un picco del greggio legato a Hormuz farebbe quindi salire contemporaneamente i costi di importazione del petrolio e i prezzi dei contratti di GNL. Questo crea uno shock fisico e finanziario doppio", ha aggiunto.

 

Cina

La Cina sta facendo pressione su Teheran affinché riapra lo stretto, in quanto è un acquirente chiave nella regione. Attualmente è il maggiore importatore mondiale di petrolio e oltre l'80% del greggio iraniano è spedito verso la Cina, secondo le stime di Kpler. Per quanto riguarda il gas, circa il 30% delle importazioni di GNL proviene da Qatar ed Emirati Arabi Uniti, mentre circa il 40% del petrolio importato transita attraverso Hormuz, stima UBP.

Con la chiusura, si potrebbe verificare un problema di carenze che spingerebbe Pechino a competere per i carichi provenienti dall'Atlantico, con il rischio di un ulteriore aumento dei prezzi in tutta l'Asia. Tuttavia, UBP osserva che, pur essendo un importatore netto di energia, la Cina non è il Paese più vulnerabile nella regione asiatica.

 

Giappone e Corea del Sud

Giappone e Corea del Sud sono molto esposti sul fronte petrolifero: il 75% delle importazioni del Sol Levante e il 70% di quelle sudcoreane provengono dal Medio Oriente, secondo UBP. Sul versante del GNL, la situazione è relativamente migliore. Kpler stima che il Giappone importa circa il 6% del gas dal Golfo e la Corea del Sud il 14%.

Nel complesso, quindi, non si temono vere e proprie carenze, ma i due Paesi sono fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche e quindi "esposti agli shock di offerta", ha osservato Shier Lee Lim, responsabile macro e strategia FX per l'Asia-Pacifico presso la piattaforma di pagamenti Convera.

 

Sud-est asiatico

Gli esperti del settore rilevano che, per il Sud-est asiatico, il problema sarebbe più di natura inflazionistica che di carenza immediata, a causa dei costi di sostituzione molto elevati.

Nomura ritiene che uno dei Paesi più penalizzati sarebbe la Thailandia, in quanto presenta le maggiori importazioni nette di petrolio in Asia, pari al 4,7% del PIL. "Ogni aumento del 10% del prezzo del petrolio peggiora il conto corrente di circa 0,5 punti percentuali del PIL", hanno scritto gli analisti della banca giapponese.

 

 

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